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Congedo

Originariamente pubblicato su Retabloid fiction issue, #1

1.

 

«L’ultimo origami che aveva fatto stava sul tavolo davanti a noi. Le ho detto che era uno dei più belli. Stavamo seduti uno accanto all’altro, sul divano. Lei aveva le mani dietro la testa e mi guardava. Aveva un sorriso inquietante. Poi ha fatto un movimento rapido e mi ha baciato con foga. Non me l’aspettavo, ma è durato pochi secondi. S’è voltata verso il camino e ha smosso la brace con un attizzatoio. Quando si è girata di nuovo verso di me aveva ancora quel sorriso. Ho pensato che volesse baciarmi di nuovo, invece mi ha appoggiato l’attizzatoio sul braccio» disse Adrian.

«Eh?» disse James.

«Già.»

Poi furono interrotti da un tuono, tre lunghe vibrazioni. Nei mesi che passai a lavorare con Adrian e James non piovve mai. Durante le giornate il cielo si riempiva di nuvole. La sera guardavamo i fulmini che illuminavano la campagna intorno al capannone, convinti che fossero il segno di una tempesta imminente che non arrivò mai.

«Ed era stata a lei, a baciarmi» continuò Adrian dopo il tuono. «Le ero seduto accanto e la guardavo fare origami. Poi lei ha smesso, mi ha guardato, mi ha detto “credo che dovrei baciarti” e l’ha fatto.»

A quel punto Adrian indicò la cicatrice.

«La vedi, James? Non mi hai mai chiesto niente.»

«Senti Adrian… non è che si noti così tanto, e poi sembra più una macchia o una voglia che una cicatrice.»

Stavano seduti uno accanto all’altro su un tavolo di ferro. Al centro del capannone c’era la macchina dell’imballaggio, alta fino al soffitto. Il pacciame da imballare, foglie di lupino mischiate allo sterco di maiale, era accumulato fuori sotto tre tettoie adiacenti. Io ero sul sedile di un muletto che usavamo per spostare i pallet. Fumavo e ascoltavo la storia di Adrian. Avevo appena terminato il mio ultimo giorno di lavoro. Sandra, la segretaria, sarebbe arrivata a momenti col mio stipendio e l’indomani mattina sarei andato via da Wongan Hills.

Adrian, come ogni sabato, stava raccontando a James una storia del suo periodo a Perth. Ci aveva passato cinque anni della sua vita, per il resto trascorsa quasi interamente a Wongan Hills, e a quanto pare lì ne aveva viste di tutti i colori.

«E tu a quel punto che hai fatto?» chiese James.

«Che cosa vuoi che abbia fatto? Sono corso alla doccia e ho messo il braccio sotto l’acqua.»

Adrian era alto, curvo di spalle. La magrezza lo rendeva sproporzionato, i movimenti delle rughe sul viso ne cambiavano continuamente l’aspetto, le gambe incurvate gli davano un’andatura disordinata. Portava sempre una salopette verde e una maglietta gialla da lavoro (ne aveva molte uguali). Barba, baffi e capelli erano tagliati sempre alla stessa lunghezza. Con la divisa immacolata e il volto curato voleva nascondere la goffaggine. Ma bastavano gli occhi, duri e precisi.

Quando raccontava, sembrava tutto accadesse di nuovo davanti a lui. Non guardava l’interlocutore ma la sua storia. Ogni dettaglio era descritto in modo interessante, e nulla era inutile o di troppo.

Teneva le mani sulle ginocchia e la schiena in avanti, e si piegava all’indietro quando arrivava a un punto importante. Quella sera, per la prima volta, era lui il protagonista della sua storia.

«Sì, certo, ma dico: che hai fatto con lei? Perché ha provato ad ammazzarti?» gli chiese James.

Stava raccontando di Frances, una ragazza che viveva da sola in una baracca nella periferia di Perth. Anche lei veniva da Wongan Hills e Adrian la conosceva fin da ragazzino. Da piccola viveva con la madre. Abitavano nello stesso isolato; lui ci giocava spesso, le insegnava ad ammazzare serpenti e ragni e la portava sempre con sé nei giri in bici al lago Ninan, in mezzo ai campi di grano e sulle colline intorno al paese. Poi, quando Frances aveva dieci anni, lei e la madre si trasferirono a Perth, e a Wongan Hills non tornarono più.

Adrian l’aveva rincontrata molti anni dopo, in un diner in cui lavorava come cameriera. Lei l’aveva aiutato ad ambientarsi trovandogli una stanza e un lavoro da lavapiatti. Frances aveva uno sguardo intelligente, un collo bellissimo. Adrian s’innamorò subito, ma non glielo confessò mai per timore di un rifiuto o di rovinare quell’amicizia tra esuli.

Frances lasciava la baracca in cui viveva solo per andare al lavoro e quando pioveva. Il resto del tempo lo passava in casa a fare origami, di solito animali. Li accumulava in una cesta di vimini. Erano centinaia. Andava avanti per ore senza dire una parola, e Adrian la stava a guardare, rapito dalla sua dedizione.

«Mi sono infilato nella doccia,» continuò Adrian «e ho messo la ferita sotto l’acqua fredda. Le ho urlato le cose peggiori che mi venivano in mente, ma lei m’ignorava. Ha riattaccato a fare i suoi origami come se non fosse successo nulla. Poco dopo ha cominciato a piovere, e allora ha preso il fucile e ha infilato la porta. Io ho bestemmiato e le sono corso dietro».

La casa di Frances aveva un solo ambiente. Cucina, letto, bagno senza muri divisori, tutti lì. In un angolo un camino di mattoni impilati. Qualche libro gettato a terra. Il fucile era sul tavolo di fronte al divano, accanto ai fogli per gli origami.

Adrian raccontò che la prima volta che era entrato nella stanza si era sentito mancare l’aria, come in montagna. Aveva immaginato che l’ossigeno fosse risucchiato nel collo dell’arma e il suo senso di realtà era diminuito.

Ogni volta che pioveva, Frances impugnava il fucile, usciva, si metteva al volante della sua station wagon e guidava verso la campagna alla ricerca di un canguro.

Non ho mai saputo se quella volta l’avesse trovato. Proprio nel momento in cui Adrian raccontava del suo viaggio con Frances alla ricerca della bestia, il padrone dell’azienda entrò nel capannone e interruppe il racconto.

«Andrea, vieni nel mio ufficio» disse rivolto a me.

Non mi aspettavo che sarebbe stato lui a darmi lo stipendio.

«Pensavi che t’avrei lasciato andare via senza salutarti?»

«Ah, ok… Saluto i ragazzi e arrivo.»

«Ti aspetto nel mio ufficio.»

Abbracciai entrambi, e ad Adrian dissi:

«A quanto pare non saprò mai la fine della storia di Frances.»

«Non si può mai dire, magari te la racconterà qualcun altro.»

 

2.

 

La notte seguente feci un sogno. Sedevo accanto a strani ceffi vestiti di blu, che ridevano. Eravamo a terra, con le gambe incrociate sopra dei tappeti. Mi guardavo le mani; erano umide e odoravano di benzina. Uno degli uomini mi toccava la spalla e m’indicava quello che guardavano attraverso un vetro. Era una stanza con in mezzo due panche di legno; c’erano seduti sette uomini che si davano le spalle, tre su una panca e quattro sull’altra. Erano tutti nella posizione di Adrian quando racconta. Un altro uomo era in piedi davanti a loro e li guardava attraverso un binocolo, piangendo. Erano condannati a morte, ma ignoravo il modo in cui sarebbero stati uccisi. Erano bendati.

Gli uomini intorno a me prendevano a ridere più forte di prima e io tentavo di chiudergli la bocca con le mani, ma quelli mi spingevano via ogni volta che mi avvicinavo, facendomi finire più volte per terra; uno di loro mi si sedeva sopra e m’immobilizzava dicendo: «Ora stai fermo e guardi».

Da certi fori nel soffitto della camera della morte cominciava a uscire un fumo denso. L’uomo del binocolo non aveva più il binocolo e aveva smesso di piangere: mi fissava.

Fui svegliato da colpi violenti sulla porta della mia stanza. Ero nell’unica guesthouse del paese, dove avevo abitato per tutti i mesi passati. Era la padrona. Era molto agitata.

«Svegliati Andrea, c’è un incendio!» la sentii gridare.

«Cosa?»

«Il capannone di David! Gesù, muoviti, dobbiamo andare a dare una mano!»

Nel giro di pochi minuti eravamo sul pick-up del marito.

Prima di vedere l’incendio ne sentii il calore, o forse lo immaginai, visto che eravamo ancora lontani.

Il capannone era l’unico edificio nel raggio di chilometri, e il fuoco che sbucava dal tetto irradiava lo spazio circostante.

L’incendio indugiava in quella sua posa straziata, con le braccia roventi tese verso il cielo. Mentre ci avvicinavamo sentii il suo sibilo infernale. Intorno al capannone c’erano molte persone impegnate ad accatastare sacchi di sabbia tra la struttura in fiamme e le tettoie che coprivano il pacciame. Tra loro vidi James, e corsi verso di lui.

«Che ci fai qui, già ti mancavo?» fece quando gli fui vicino. Ci dirigemmo verso il suo pick-up. Sul retro erano accatastati dei sacchi, e ne prendemmo uno a testa.

«Fosse stato per me sarei rimasto a dormire» gli risposi. «Capirai se me ne frega qualcosa del pacciame di David…»

«…»

«Sei stato tu ad appiccare il fuoco?»

James fece un lungo fischio.

«Lo stronzo s’è addormentato durante una delle sue tirate in solitaria e la macchina s’è fermata. Si sarà surriscaldata. Lui s’è svegliato che era già tutto in fiamme.»

David per risparmiare sulla manodopera lavorava spesso da solo, anche di notte. Un paio di anni prima, durante una di queste nottate era così affaticato che dopo aver riparato un guasto riattivò la macchina lasciandoci la mano dentro. Ci rimise una falange del pollice.

«Te lo dicevo o no che prima o poi sarebbe successo?» dissi a James indicando con la testa il capannone in fiamme.

«E io ti davo ragione…» fece lui, annuendo.

«Ma i pompieri?» chiesi.

«Ci credi che si è rotta l’autopompa?»

«Gesù! Gli è andata proprio male al vecchio.»

«Si merita tutto.»

David ci trattava male e la paga faceva schifo – io lavoravo per il visto; James per pagare il mutuo, ma non erano questi i motivi del disprezzo.

Dopo aver perso il dito David fu costretto dalla moglie ad assumere qualcuno che la notte lavorasse con lui. Prese un aborigeno che pagava pochissimo.

Si chiamava Raymond, e fece una brutta fine, schiacciato dagli ingranaggi della macchina. Secondo James e altri abitanti del paese era stato David ad ammazzarlo. James s’era convinto che avesse riattivato la macchina mentre Raymond la stava pulendo. David disse che si era trattato di un incidente, e dal processo non venne fuori nulla che smentisse la sue versione, così fu assolto.

Raymond e James erano diventati amici. Fu l’unico ad andare al funerale. Agli altri abitanti di Wongan Hills non importò nulla della tragedia: alla maggior parte degli australiani la sorte degli aborigeni non interessa.

Io, James e gli altri ammassammo rapidamente una pila di sacchi tra il capannone e le tettoie.

Intanto pensavo al lavoro dei mesi precedenti. Dovevo impilare su pallet i pacchi prodotti dalla macchina e trasportarli col muletto nello spiazzo esterno. Altre volte andavo fuori, mi mettevo alla guida di un trattore, prendevo del pacciame da sotto le tettoie e lo versavo in una tramoggia incassata in una parete del capannone. James controllava quello che facevo.

Adrian non c’era quasi mai. Faceva avanti e indietro da Perth con il camion.

Nel capannone c’era una radio sempre accesa – cricket, attacchi di squali, musica commerciale. Durante il lavoro James e io parlavamo poco. Lui faceva qualche battuta, ma c’era troppo rumore e non capivo quello che diceva. Il pacciame aveva un odore dolce e disgustoso, come caramello avariato. Ci ficcavo spesso le mani perché la macchina s’intasava di continuo. Ho ancora tracce marroni sulla pelle. James non mi aiutava, ma dal colore delle sue dita avevo capito che l’aveva fatto per anni.

All’inizio era pesante, si lavorava più di dodici ore al giorno. Ma non era difficile e dopo un paio di settimane mi abituai alla routine. Impilavo i pacchi senza sforzo, con il trattore ero diventato velocissimo, e i muscoli si erano abituati alla fatica. In fondo si trattava solo di tre mesi. Alla fine della stagione, di me non avrebbero più avuto bisogno.

James, invece, il lavoro odiava. Il fatto che la macchina s’inceppasse così spesso lo mandava in bestia. Ero io a sbloccare gli ingranaggi, lui resettava un computer che gestiva il tutto, ma quell’irregolarità lo infastidiva. Tirava calci, sbraitava, oppure si chiudeva in un silenzio rassegnato che durava ore.

Alla fine della giornata ci sedevamo fuori e bevevamo, gli davo una pacca sulla spalla e gli dicevo di non starsi troppo a preoccupare. «Altri cinque anni e avrai finito»; era quanto gli mancava per finire di pagare il mutuo. Gli stavo simpatico, quella confidenza me la permetteva.

A una sola cosa non mi abituai, i turni di notte. Ogni tanto rimanevamo indietro con la produzione, David compariva a metà pomeriggio e mi diceva di andare a casa, per riposarmi, e tornare la sera.

Alla guesthouse non riuscivo mai a prendere sonno. Nella mia stanza faceva molto caldo, l’aria condizionata era debole e maleodorante. Nel corpo esausto la mente agiva senza tregua. Mentre rigiravo su me stesso, compariva l’affanno dei giorni precedenti. All’idea della notte che avrei dovuto passare in piedi, si schiariva il ricordo di mille gesti uguali. Solo allora vedevo tutto ciò che avevo fatto. L’ansia mi aggrediva: la paura di non riuscire a portare a termine il turno per la troppa fatica, il fastidio di dover stare per ore sotto gli occhi del capo, esigente e pignolo, il pensiero della morte di Raymond.

David, adesso che era tutto in fiamme, camminava avanti e indietro con gli occhi iniettati di sangue e balbettando bestemmie.

Una volta finito di accatastare i sacchi di sabbia, ci sedemmo tutti quanti accanto a lui, che intanto si era placato e stava con la testa tra le mani su una trave di acciaio. Ci mettemmo tutti a guardare la lamiera che fondeva. Un’ora dopo era finita e noi eravamo ancora seduti lì a guardare quello che rimaneva del capannone nella luce dell’alba.

 

3.

 

Sono sempre stato una persona triste. La felicità non so cosa sia, non l’ho mai provata.

La tristezza l’ho sempre tenuta nascosta. Dormivo molto, parlavo poco, stavo per conto mio. Quand’ero un adolescente ne parlai a uno psicologo e quello mi disse che se avessi trovato «il bandolo dell’angoscia», lo chiamò così, le cose sarebbero andate meglio.

«Non riesco, ci ho già provato» feci io. Lui insistette dicendo di perseverare ma io questo bandolo non l’ho mai trovato.

Nello stesso periodo iniziai ad avere pensieri di morte. Secondo lo psicologo erano un peggioramento; dal mio punto di vista quelle fantasie non erano male. Mi svegliavo molto presto la mattina e mi mettevo a fantasticare di un lungo coltello che calava dal soffitto e mi s’infilava nella pancia. Non faceva male: piantandosi nel corpo diffondeva un gran calore e provocava una sonnolenza invincibile. Riaddormentandomi facevo sogni splendidi, fughe da catastrofi o conquiste amorose.

Cominciai a saltare la scuola per andare nel parco vicino casa, dove mi sdraiavo su una panchina e cercavo di nuovo il sonno. Altre volte andavo alla stazione, prendevo un treno qualsiasi e andavo lontano.

Poi una volta, tornato a casa, mia madre mi chiese dov’ero stato. Avevano chiamato dalla scuola e le avevano detto delle assenze.

«Sono stato con Ginevra» le risposi.

«E chi sarebbe Ginevra?»

«È una mia amica. Qualche tempo fa ha avuto un’overdose e ora sta cercando di disintossicarsi. Le sto vicino, sta molto male.»

Dissi quelle cose senza pensarci. Mia madre fu sbalordita, mio padre lo stesso: non immaginavano che potessi assumermi la responsabilità, alla mia età, di aiutare una tossicodipendente.

Ginevra è stata parte della mia vita per molti anni. Dissi che era un anno più grande di me e che all’inizio teneva la sua dipendenza sotto controllo. Aveva cominciato quando aveva quattordici anni. Mi documentai sull’eroina e sui suoi effetti.

Il periodo di disintossicazione durò poco. Dopo qualche mese, dissi, Ginevra aveva ricominciato a drogarsi.

Ginevra mi rubava i soldi, scompariva e riappariva, era alta, aveva lunghi capelli castani e occhi a mandorla. Era ricca, viveva da sola con la madre. Era nata in campagna e si era trasferita in città quando aveva dieci anni. La amavo ma non avevo mai avuto il coraggio di rivelarle il sentimento per paura di un rifiuto o perché in fondo la sua dipendenza mi spaventava.

Quando avevo diciannove anni dissi di averla salvata da un’overdose iniettandole un farmaco in punto di morte. Raccontai che mi aveva chiamato dicendo frasi confuse e che mi ero scapicollato, l’avevo trovata incosciente sul pavimento del bagno di casa sua, le avevo fatto l’iniezione e lei si era ripresa.

Volevo lasciare un segno ben definito nella memoria degli altri, diventare un pensiero importante. E Ginevra fu solo l’inizio.

Mi costruii un ampio repertorio di aneddoti, in parte inventati e in parte no. Quelli veri erano tratti da una serie di attività criminali cui presi parte nella mia tarda adolescenza. Avevo sempre una giustificazione, comunque; che so: se avevo rubato, avevo rubato a chi per qualche motivo lo meritava, se avevo picchiato qualcuno, era sempre una persona immorale, eccetera.

A ventidue anni ho rinunciato a quella vita per giocare la carta della redenzione. La svolta l’avevo progettata da un po’: dissi che ero diventato un’altra persona, che avevo capito i miei errori.

L’Australia arrivò un anno dopo. A lavorare il pacciame ci passai tre mesi: il governo australiano concede l’estensione del visto a chi lavora in campagna per ottantotto giorni.

Mi trovavo laggiù perché mi servivano i soldi per un’attività di volontariato che volevo mettere in piedi: a quel tempo lavorare in Australia mi sembrò il modo più rapido per racimolare la somma di cui avevo bisogno.

Ormai avrai capito che tutta quella fatica non era mossa da un intento umanitario. Lo facevo solo per dire di averlo fatto: il mio scopo, in quell’occasione come nella vita, era essere ammirato per le mie imprese. Forse il mio discorso suona semplicistico, ma voglio essere il più chiaro possibile. Ottenere apprezzamento era il mio unico desiderio.

E Ginevra cosa c’entra con l’Australia?

L’avevo uccisa poco prima di partire, con un’ennesima overdose. Dissi che era stato un suicidio e che ero venuto a saperlo da un amico comune una settimana dopo la morte: la madre me l’aveva tenuto nascosto perché mi riteneva responsabile. Era lo stesso periodo in cui mi redimevo dal mio passato criminale. La redenzione e la sofferenza dovuta al senso di colpa si combinarono perfettamente.

Alla fine del mio secondo mese a Wongan Hills, un mese prima dell’incendio, ero seduto sul bordo della piscina comunale con i piedi nell’acqua. Era la prima volta che andavo alla piscina. Vidi comparire una ragazza snella e slanciata da un ingresso sulla parte opposta della piscina.

Mi guardò incuriosita, forse pensando anche lei come me che in quel pomeriggio freddo non avrebbe incontrato nessuno. Si incamminò lungo il perimetro della piscina verso le panche accanto alle docce, davanti a grandi vetrate. Appoggiò l’asciugamano, tirò fuori la cuffia e la infilò nascondendo i capelli; poi si voltò, si incamminò nuovamente verso l’acqua e si immerse. Cominciò a nuotare verso di me. A metà vasca s’immerse e continuò in apnea, fino a quando non raggiunse il mio bordo.

Quando tirò fuori la testa dall’acqua mi guardò per la seconda volta: era uguale a Ginevra.

 

4.

 

«Ciao. Non ti ho mai visto qui» mi disse in inglese, sorridendo. L’accento era italiano.

Guardavo fisso un punto del suo mento per la paura di incontrare il suo sguardo. Lei socchiuse la bocca, poi le sue labbra s’incresparono, si voltò verso le vetrate.

«Beh, cos’è, ti sei mangiato la lingua?»

«No, è che…» cominciai a risponderle in italiano.

La ragazza che avevo davanti era la fonte dei miei ricordi inventati. Mi rendo conto che è un discorso assurdo, ma è quello che pensai.

«Ecco, è che… somigli molto a una mia amica… cioè, non è che le somigli, sei proprio uguale…» dissi.

La ragazza immerse la testa fino a quando l’acqua non le coprì il naso, poi riemerse, sputò un lungo fiotto, si voltò e prese a nuotare. Aveva scapole forti e si muoveva con gesti potenti. Fece due vasche e fu di nuovo da me.

«Come si chiamava la tua amica?»

«Ginevra.»

«Io sono Beatrice.»

Poi si voltò, spinse con i piedi sulla parete della vasca e riprese a nuotare. Dopo un momento di esitazione decisi di seguirla in acqua. Nuotava veloce e facevo fatica a starle dietro. Sembrava un automa: i movimenti delle bracciate, uno dopo l’altro, erano sempre uguali. Nuotammo ininterrottamente per molto tempo, forse un’ora, fino a quando lei si fermò. Avevamo il fiatone, lei rideva.

«Come mai sei qui?»

«Qui in Australia?»

«No, qui in piscina.»

«È il mio giorno libero, lavoro all’azienda di pacciame. È un po’ che non nuotavo e mi è venuta voglia di fare qualche vasca.»

«Hai fatto bene… Senti: ti va di andare a mangiare qualcosa insieme. Non conosco nessuno qui a Wongan Hills, e sono costretta a mangiare sempre da sola.»

Sentii che stavo andando in confusione ma riuscii a controllarmi.

«Sì, ok. Vuoi andare adesso?»

«Se per te va bene sì, non nuoto mai più di un’ora.»

Uscimmo dalla vasca e andammo agli spogliatoi.

Dopo poco io ero già in strada, seduto su una panchina accanto all’ingresso della piscina. Mi accesi una sigaretta e mi misi ad aspettare.

Beatrice uscì un momento dopo che mi ero alzato per andarmene.

«Andiamo al Gunny» disse, indicando la strada che portava al centro.

Il Gunny era il ristorante dell’unico albergo del paese. Si mangiava bene, l’ambiente era ampio e le luci soffuse lo mantenevano in penombra. A me piaceva – spesso ci passavo le serate – e a quanto pare piaceva anche a Beatrice.

Ci avviammo sulla strada principale del paese e camminammo per un po’ in silenzio. Poi lei mi disse che era in Australia con il mio stesso visto, ma che al contrario di me lavorava saltuariamente.

«Come fai a sapere che lavoro in continuazione?» le chiesi.

«Hai la faccia stanca» mi rispose lei, e mi appoggiò una mano sulla spalla.

«Il mio patrigno è morto qualche anno fa e non avendo figli ha lasciato metà del suo patrimonio a mia madre e metà a me.» Ci conoscevamo da poco più di un’ora e già mi faceva quelle confidenze.

«Così, quando ho compiuto diciott’anni sono partita e me ne sono andata in Asia» continuò. «In Australia ci sono venuta più avanti perché mi mancava il clima secco. Poi mi piace perché è piatta. E per il lavoro, beh, se viaggiassi e basta mi annoierei.»

Quando entrammo al Gunny gli unici due clienti che c’erano ci guardarono inebetiti. Il barista, Rick, emerse da sotto il bancone con due bottiglie, le stappò e gliele passò. Ci salutarono.

C’era solo Rick a servire: ci seguì al tavolo e ci porse un menu. Io già sapevo cosa mangiare: un hamburger con patate fritte e una birra. Beatrice non disse nulla, così la guardai e lei mi annuì e sorrise. «Fai due, Rick.»

Lui alzò gli occhi e mi ripeté: «Quindi due?».

«Sì, due» dissi io. Lui prese il menu, disse «come vuoi» e se andò.

Beatrice si alzò, frugò nelle tasche dei suoi pantaloni, tirò fuori una moneta da un dollaro e andò verso un vecchio jukebox che c’era accanto al bancone.

Nel locale risuonarono le prime note di un disco che conoscevo. Beatrice tornò al tavolo, si sedette e ascoltammo il primo pezzo in silenzio. Mi voltai e feci un gesto a Rick, chiedendo se potevo fumare, e lui piegò la testa di lato; non c’erano problemi.

Mi rollai una sigaretta e fumai per tutta la durata del pezzo. Mi ricordai di quando ero bambino e rubavo i dischi nel negozio di musica del mio quartiere. Una volta mi scoprirono con lo zaino pieno.

«Il prossimo edificio a cui darò fuoco è la fabbrica dove lavori» disse a un tratto Beatrice.

«Come hai detto?» Ero concentrato sul mio ricordo e credetti di non aver capito.

«Sì, la vera ragione per cui sono in Australia è che con questo clima è molto facile appiccare fuochi.»

Stava giocando con il mio accendino, che avevo appoggiato vicino al posacenere.

«Mi fai una sigaretta?» chiese.

Annuii e tirai fuori il tabacco dalla tasca, rollai una sigaretta e gliela passai. Lei la accese, fece una boccata profonda, appoggiò un gomito sullo schienale e si voltò a guardare il soffitto. Espirò il fumo verso l’alto. Aveva un collo bellissimo, forte; pensai che avrebbe potuto reggere qualsiasi peso.

«Non è troppo semplice, perché non devo farmi beccare» cominciò a dire. «Non è che posso cospargere tutto di benzina e buttare un fiammifero. È più complicato. Finora ho incendiato tre edifici, qui in Australia.»

«…»

«…»

«Perché lo fai?»

«Erano tutti vuoti. Mica sono un’assassina. Voglio punire—»

«Cosa?»

«Quelli che se lo meritano.»

«Fammi capire, bruci le proprietà dei criminali?»

«Diciamo che do fuoco ai luoghi che conservano ricordi pericolosi» rispose battendo il dito indice sul legno del tavolo come a voler marcare quanto aveva detto.

«E come fai a sapere quali sono gli edifici giusti?»

«Diciamo che ho un sesto senso… e poi raccolgo più informazioni possibili.»

«Perché lo racconti proprio a me?»

Lei spense la sigaretta e prese a strofinarsi le mani sulle cosce.

«Da un po’ sento il bisogno di parlarne con qualcuno e tu mi sei sembrato il tipo adatto.»

«Ah.»

«La verità è che è un po’ che ti tengo d’occhio.»

«Mi tieni d’occhio?»

«Beh, sì, qualcosa del genere. Ho dovuto fare diversi sopralluoghi alla tua fabbrica. Ti ho visto lavorare e parlare con gli altri operai, Adrian e James. Mi sei sembrato uno che apprezza le cose per quello che sono, che si prende il tempo giusto prima di formarsi un’idea su qualcuno.»

La immaginai ad ascoltarci acquattata fuori dalla porta del capannone.

«Non credo di essere tanto speciale.»

A quel punto arrivò Rick con i piatti e le birre, che appoggiò dalla mia parte del tavolo. Lo ringraziai e spostai un piatto e una birra davanti a Beatrice.

«Quando incendierai il capannone?» le chiesi.

Lei mi guardò a lungo in silenzio, poi disse:

«Presto.»

 

 

Ci incontrammo ancora. Sulle colline intorno al paese, sul lago Ninan che in quel periodo era una distesa di fango rappreso, nei boschi radi che c’erano a nord. Un fine settimana camminammo vicino all’oceano, sulla spiaggia più grande che abbia mai visto.

Era per fare qualcosa insieme, per evitare di stare sempre soli. Credevo di conoscere il segreto della solitudine ma in quel periodo ricominciavo a subirne la forza. Probabilmente per lei era lo stesso.

Mi parlava dei suoi viaggi. Per lei erano soprattutto percezione. Esponeva un’ininterrotta serie di fatti senza vera consapevolezza. Senza la minaccia dei significati o il peso delle metafore. Quand’eravamo insieme faceva il censimento del mondo. Di quello passato e di quello presente. «Guarda il lago, è asciutto» diceva. «L’asfalto qui ha un colore che non avevo mai visto», «sei dimagrito», «quello è un cespuglio di lupino, quello che usate per il pacciame». La ascoltavo e non facevo domande. Forse Ginevra si sarebbe espressa diversamente. Ma non posso esserne sicuro, non mi sono mai soffermato troppo a immaginare come parlava.

Con i gesti era diverso. In Beatrice ritrovavo spesso quelli di Ginevra. La camminata veloce, l’agilità, guidare con una mano sola stretta alla base del volante, succhiarsi le pellicine delle dita, scrocchiare le ossa delle mani.

Mentre camminavamo accanto all’oceano, le chiesi di nuovo perché avesse deciso di bruciare la fabbrica di David.

«Quando mi verrà voglia andrò lì e appiccherò il fuoco.»

«Ho capito, ma perché proprio questo capannone, e non un altro? Ce ne sono molti qui intorno.»

«Ho scelto quello perché è isolato. Non voglio rischiare un incendio troppo grosso. E poi tu ci lavori e mi darai una mano.»

«Non ho nessuna intenzione di aiutarti a bruciare il capannone. Non sono un criminale.»

«Non hai capito. Mi ci devi portare per fare un sopralluogo.»

«Per questo ti sei avvicinata in piscina?»

 

 

Al capannone ci andammo quella stessa notte. Sapevo che non ci sarebbe stato nessuno. Alzai la saracinesca sul retro il tanto che bastava per passarci. Beatrice alzò la testa, illuminò il soffitto con una torcia e si mise a guardarlo a lungo, come se  fosse in una cattedrale e volesse ammirare gli affreschi.

Rimase così per un po’, muovendo la luce lungo le pieghe della lamiera. Poi esplorò il resto dell’ambiente. Sollevava gli oggetti, li analizzava e poi li rimetteva dove li aveva trovati. Lo faceva piano, con delicatezza. Ginevra avrebbe fatto lo stesso: era una tossica, ma ci metteva cura nelle cose.

Mi sedetti sul muletto e attesi che Beatrice finisse. Spariva dietro le pile di pacchi di pacciame e mi lasciava nel buio. Quando volle aprire la macchina per vedere com’erano fatti gli ingranaggi la aiutai.

Passò un’ora buona. Quando andammo via mi strinse forte il polso, come faceva Ginevra quand’era felice.

«È perfetto» disse.

 

5.

 

La mattina dopo l’incendio tornai a piedi alla guesthouse, presi il mio bagaglio e mi diressi alla fermata degli autobus.

Tornavo a Perth, e a metà strada avrei dovuto prendere una coincidenza, ma alla fermata del cambio trovai Beatrice che mi aspettava. Era appoggiata al tronco di un albero morto. Le andai incontro e ci abbracciammo prima di entrare nella sua station wagon e avviarci sulla statale. Il paesaggio intorno era sporco e scuro.

«Il capannone è andato completamente in cenere» dissi. Beatrice guidava con il petto vicino al volante. Ogni tanto si sporgeva ancora più avanti e alzava lo sguardo per scrutare le nuvole; poi tendeva la mano all’esterno della macchina attraverso il finestrino spalancato e apriva il palmo verso l’alto.

«È inutile che speri nella pioggia,» le dissi «non arriverà mai».

Lei m’ignorò e chiese: «E l’idea di mettere fuori uso l’autopompa?»

«Mi chiedo come hai fatto.»

Si voltò verso di me e sorrise orgogliosa.

Poi le chiesi cosa avrebbe fatto una volta arrivata a Perth e lei si rabbuiò.

«Credo che rimarrò per qualche tempo in città e poi volerò da qualche altra parte. Non puoi venire con me.»

«Lo so Beatrice, me l’hai già detto…» feci io a bassa voce. Che a Perth ci saremmo dovuti dividere me lo aveva detto più di una volta.

«Eccola che arriva» fece a quel punto, mentre ero assorbito dai miei pensieri.

«Cosa?» le chiesi.

«La pioggia.» La sua voce risuonò come se provenisse dal fondo di una caverna. Beatrice ritrasse la mano all’interno della macchina e me ne mostrò il palmo: era bagnato. Lo portò vicino alla bocca e lo leccò, emise un verso di piacere.

Fuori, a poche centinaia di metri di distanza da noi, un fulmine si abbatté sulla strada emettendo un tuono brevissimo. Mi parve spezzare l’aria in due per poi risucchiarla violentemente e scaricarla a terra nel punto in cui colpiva l’asfalto. Beatrice inchiodò e la macchina sbandò leggermente. Poi si slacciò la cintura, aprì la portiera e uscì. Non riuscendo a capire cosa stesse succedendo, decisi di seguirla. Andò verso il bagagliaio e lo spalancò.

«Cosa stai facendo?» chiesi. Non rispose e si piegò verso l’interno della macchina per aprire il vano della ruota di scorta. Lì sotto c’era un vecchio fucile. Lo impugnò e riemerse.

«Che ci devi fare con quello?» insistetti, ma lei continuò a ignorarmi. Tirò fuori un proiettile dalla tasca e caricò l’arma. Poi sì voltò e si diresse verso la campagna con il fucile in spalla. Aveva un’espressione seria. Io cercai di fermarla stringendole una mano intorno al braccio ma lei mi strattonò e si liberò. Accelerò il passo.

«Si può sapere dove vai?» le urlai ancora. Ero confuso, zuppo di pioggia. Lei si fermò di botto, appoggiò il fucile a terra.

«Possibile che non l’hai ancora capito?!»

Riprese a camminare, ma io smisi di seguirla e rimasi dov’ero.

La vidi sparire nell’acqua. Tornai verso la macchina, misi in moto e mi allontanai velocemente da lì.

 

 

La mattina dopo mi svegliai vestito nella stanza di un ostello di Perth. Ero solo. Qualcuno bussava con insistenza, ma non avevo voglia di alzarmi.

Misi le mani sul punto della mia pancia in cui stava penetrando il coltello che poco prima aveva attraversato il soffitto. Il calore si stava diffondendo all’interno del mio corpo ma il rumore dei colpi sulla porta non s’interrompeva.

«Sì?»

Mi rispose una voce di donna, probabilmente la portiera dell’ostello.

«C’è la polizia che vuole parlare con lei. La stanno aspettando nella hall.»

«Parlare con me?»

«Lei è Andrea Landes, no?»

«Sì, sì, sono io, gli dica che arrivo.» Udii i suoi passi allontanarsi e mi diressi verso il bagno. Bevvi dell’acqua dal rubinetto e mi sciacquai la faccia. Quando la sollevai, mi vidi nello specchio sopra al lavandino.

Ho una faccia strana, se muovo la bocca le rughe che si formano mi invecchiano di dieci anni. Fa un po’ paura. Di me mi piacciono solo gli occhi: hanno una forma insolita; dicono che sono duri e precisi.

Mi sono toccato il segno che avevo sul braccio, e sono uscito.