Dove il ghiaccio è sottile

Originariamente pubblicato su Cadillac Magazine, #19

Mi sveglio per le grida dei lupi. Ero in un sogno in cui sfuggivo da pericoli terribili e sentivo amori passati. Ora sono in Himalaya. È notte fonda, non ci sono luci, le stelle sono dure. I lupi sono a caccia, e anche i leopardi delle nevi. Hanno la stessa preda: yak che abbassano le corna e cercano d’infilzargli le budella. Se li porti più in basso dei tremila metri la pressione cambia e smettono di funzionare, ma in alto lottano con l’ira del giusto.

Di tutti i luoghi in cui sono stato nessuno era casa, dove lo spirito è nel corpo, a riposo. Qui in Himalaya cerco allora lo spaesamento più profondo. Forse lì potrò abitare. Sono in una caverna, nel sacco a pelo, e fuori tira un vento brutale. Ho lasciato il monastero di Phuktal sette giorni fa e adesso sono sul fiume Zangskar: ci sono luoghi dell’India che d’inverno si raggiungono solo a piedi e Phuktal è uno di questi. Sono diretto a Leh, la capitale del Ladakh. A gennaio ci puoi arrivare solo se cammini sul ghiaccio del fiume.

Esco dal sacco a pelo per versare kerosene sulla legna e per tirarci sopra un fiammifero, poi torno subito dentro. «Quella è Vega», mi dico mentre guardo la stella più luminosa. Mio padre da ragazzino mi portava in cima al nostro palazzo, a Roma, e metteva il telescopio dritto verso il cielo: non si vedeva niente. Qui si vede quasi tutto, e soprattutto le cose dentro. Tipo il passato, che mi stringe le mani al collo.

 

Ripenso al monastero di Phuktal, dove sono stato ospite per quasi due mesi. La maggior parte delle giornate stavo insieme ai cinquanta giovani monaci che vivevano lì con i loro sette maestri. Ci trovavamo sempre nell’ampia terrazza trapezoidale al centro del monastero, dove si faceva la maggior parte delle cose: i pasti, le preghiere, le lezioni. Io stavo in un angolo, osservavo, e ogni tanto Teshi, un monaco di quattordici anni, mi si avvicinava per chiedere di me e per provare a insegnarmi la sua filosofia. Facevo fatica a stargli dietro, non avevo i mezzi per capirlo, ma lo ascoltavo in silenzio.

Phuktal era lontano, ci sono arrivato alla fine di dicembre dopo aver camminato per tre giorni in mezzo all’Himalaya. Ho attraversato quattro passi sopra i cinquemila, adesso chiusi per la neve. Così, per tornare alla capitale, adesso devo passare per il fiume ghiacciato: è l’unica strada possibile.

La maggior parte dei monaci che vivono a Phuktal non abbandona mai il Ladakh. Solo quelli che vengono scelti per diventare Geshe, dottori in filosofia buddhista. Passano un periodo della loro vita lontano da lì, a studiare in città.

A Phuktal c’era un Geshe di nome Tinlè. Per lui era stata dura tornare nel Ladakh dopo gli anni passati fuori.

«Perché?» gli ho chiesto io.

«Per le cose a cui penso, che sono cambiate. Prima di lasciare Phuktal ero abituato a pensare solo a quello che studiavo e a quello che vedevo intorno a me. Poi pensavo al cibo per l’inverno, all’organizzazione delle preghiere, al fiume che ghiacciava. Ora non faccio che pensare alle strade di Mosca, a tutte le macchine che ci passavano».

«Le strade di Mosca?».

«Sì, sono stato a Mosca per qualche settimana, una volta; c’era una conferenza sul buddhismo ed ero stato invitato a partecipare. Non ricordo bene quello che ho detto, ma non riesco a smettere di pensarci, adesso, e quando non ci penso le sogno, quelle grandi strade piene di macchine…».

Quando sono arrivato a Phuktal era pomeriggio e mi hanno sistemato in una grande stanza con materassi rigidi e polverosi. Mi sono sdraiato e mi sono riposato un po’, fino a quando non mi hanno chiamato per la cena. Alla fine del pasto è cominciata la preghiera, molto intensa, con i ragazzi che quasi gridavano. Quando la preghiera è finita si sono alzati tutti, e io sono rimasto seduto lì per un po’, con la faccia nascosta tra le mani. Quella è stata la prima volta che Teshi mi ha parlato: mi si è avvicinato e mi ha chiesto se stavo bene, poi mi ha afferrato per la mano e mi ha portato allo stupa del monastero, il monumento conico nel quale, cinquecento anni prima, avevano messo le ceneri di un monaco importante. Abbiamo preso a camminarci intorno, lentamente, compiendo diversi giri.

«Lo sai a cosa devi pensare, adesso?» mi ha chiesto Teshi.

«A nulla, immagino».

«Bravo».

«Non sono capace, purtroppo».

«Non ti preoccupare, non sono capace nemmeno io. Però prima o poi ci riusciamo, ne sono sicuro».

Quando sono andato via Teshi mi ha abbracciato a lungo, non ci voleva credere che me ne andavo.

 

E adesso sono sul fiume ghiacciato. Certi giorni cammino per ore senza incontrare un’anima; un passo alla volta, con calma, controllando il ghiaccio a ogni metro con un bastone, sperando di capire se qui o lì potrei bucarlo di peso. Spingo forte, e quando il ghiaccio sembra poter cedere faccio qualche passo indietro e mi sposto dove sembra più spesso.

Certi altri giorni seguo i ladakhi che tornano a Leh con gli zaini caricati sulle slitte rudimentali che si trascinano dietro. Corrono, e per stargli dietro devo correre anch’io. Scivolo spesso, e ogni ferita qui è una linciata di memorie. Già le vedi arrivare, dal presente: basta leccare, come i lupi, come gli yak.

Ma poi si fermano e ridono, i ladakhi; un pezzo di pane, senza guanti, i pantaloni bucati, tè salato. Io cerco di imparare, ma è impossibile, è un’altra pelle: fanno le cose che fanno, e basta, senza pensare.

La mattina, sul fiume, dopo le grida dei lupi arrivano le urla delle preghiere dei ladakhi. Li senti arrivare di lontano, come slavine.

«Ehi, Ya-ko-po, vuoi del tè?».

«Perché no».

«Vedi lì?», mi chiede un ladakho indicando la parete della montagna.

«Sì, cos’è?».

«Là c’è morto mio cugino, tre anni fa» dice lui, ridendo: in Ladakh quando c’è di mezzo la morte si ride, sempre.

 

Il ghiaccio sembra tenere, rinsacchiamo le tazze d’acciaio e il pane e riprendiamo a correre. Come tornare a Leh passando per il fiume Zangskar me l’aveva spiegato Tinlè, il geshe di Phuktal: «Vai alla fine del sentiero, scendi sul fiume e comincia a camminare. Qualche giorno e arrivi a Leh. Portati uova, frutta secca, cioccolata».

«Da solo?» gli avevo chiesto io.

«Non diciamo idiozie. Sarà pieno di ladakhi, chiedi a loro dove andare, dove camminare, come mangiare, dove cacare. Così eviti di lasciarci la pelle».

 

La notte in cui mi sveglio nella caverna e accendo il fuoco e abbandono i sogni, poi vado al fiume e ci infilo le mani. Prendo l’acqua, bevo. Poi penso. Mi sento solo ma sto bene, sono dentro di me. Nulla esce dall’involucro, sono concentrato nella carne, i pensieri s’incastrano uno con l’altro e formano una lunga fila, prima disarticolata, poi sempre più ordinata, sempre più dritta, dal cervello al centro dello stomaco, dove sento un gran calore.

In certi luoghi, quando arriva l’alba, con la solitudine il freddo e tutto il resto, ho l’impressione di aver finalmente trovato il luogo che cercavo. Dura poco: è la sensibilità che si è affinata per un attimo e ha reso tutto più concreto. Quando passa sono di nuovo qui fuori, dove il ghiaccio è sottile.