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Il primo nascondiglio

Originariamente pubblicato su Retabloid, ottobre 2017

Ho fatto lo scrutatore nella scuola delle mie elementari, in una classe con la finestra sul cortile. Un tempo c’era una palma, ma è rimasta solo la base del tronco: un parassita l’ha annientata, come molte altre palme del quartiere.

Era la prima volta che facevo lo scrutatore. Sono stato sorteggiato e mi hanno chiesto di presentarmi alla sezione sabato pomeriggio. C’era il ballottaggio tra due candidati sindaco: una donna sui trentacinque e un uomo di mezza età. Di loro sapevo poco. Sui manifesti la tensione delle rughe intorno agli occhi, le pieghe delle sopracciglia, l’inclinazione del capo verso la spalla destra erano le stesse, e questo mi colpiva. Le bocche erano socchiuse come se volessero dire qualcosa d’importante e le pose identiche mi facevano pensare volessero dire la stessa cosa.

Sul loro conto, però, non saprei dire altro. Per questo non voto da un po’: sento di non saperne mai abbastanza.

Nella nostra sezione eravamo tutti alle prime armi e quando il seggio ha aperto siamo partiti a rilento. Già dopo la prima mezz’ora, fuori dalla porta c’era molta gente che scalpitava e chiedeva quanto si dovesse aspettare per votare. Qualcuno gli rispondeva ma io non ascoltavo: ero incaricato di annotare le presenze sui registri e stavo tutto piegato sui fogli per paura di distrarmi e sbagliare. Ero molto concentrato e lo spazio intorno a me si è ristretto. Vedevo solo quello che c’era sul tavolo di fronte, e sentivo il mio collega che mi dettava i numeri delle carte d’identità. Quello che dicevano i votanti rimaneva nella periferia della testa come un delirio febbrile.

Mi sono calmato solo quando è diminuita l’affluenza e sono uscito per una pausa. Ho preso a contare quello che vedevo: albero numero tre, edicole numero uno e due, quinto gatto che passa. Poi sono tornato dentro.

La gente si avvicinava, ci porgeva la tessera elettorale e il documento. Il dialogo tra noi che indicavamo e loro che si nascondevano nelle cabine e si restringevano per stare nella x della scheda era ridotto a scuotimenti di testa e automatismi. Dicevo: «Prego, può votare nella cabina numero tre» e loro ci si ficcavano dentro.

Poi mi sono dimenticato dei numeri e ho preso a concentrarmi sulle mani. Volevo distinguere le persone l’una dall’altra; ho tentato con le foto sui documenti d’identità, ma i visi che vi erano ritratti erano figure che non appartenevano a nessuno. Labbra e sopracciglia tese sempre in espressioni innaturali, sullo sfondo bianco che nelle fototessere trasforma in oggetti.

Le mani, invece, erano tutte diverse. Non le avevo mai guardate come ho fatto ieri, soffermandomi sul colore delle vene e della pelle, sulle pieghe delle dita, sulla rotondità delle nocche, sulla loro fermezza o il loro tremolio; così potevo distinguerle, e inventare storie. Concentrandomi sul modo in cui toccavano gli oggetti – le matite, i fogli o le mie braccia che sfioravano per sbaglio con un brivido – percepivo quel luogo in modo diverso. Le cose riguadagnavo consistenza.

C’erano i genitori che portavano i bambini nelle cabine per mostrargli come si vota, e quelli chiedevano ad alta voce di poter scrivere anche loro. Sentivo gli adulti ridere e mi prendeva una gran voglia di invadere le cabine per toccare le mani dei figli.

Infine c’erano i ciechi. Presentavano un certificato della loro cecità e la delega del voto a chi li accompagnava, alle mani cui si aggrappavano per non perdersi. Lì per eseguire uno dei pochi gesti rimasti, lo facevano alla fine compiere da un altro.

~

Ho finito alle due. Sono uscito dalla sezione poco fa. Ora il mio quartiere è un abitacolo morto per guidatori smarriti, fermi in seconda fila nelle loro macchine. L’aria umida è raggrumata nelle crepe dell’asfalto e i tergicristalli si muovono già, in vista della battaglia con una pioggia che credono sicura.

Mi vado a sedere sulla panchina al centro di una rotatoria. A terra c’è ghiaia e davanti a me le ultime palme del quartiere, che dividono la panchina dalla strada. Sono quattro. Laggiù in fondo – oltre i palazzi – intuisco il resto della città.

Il mio quartiere è in alto: si vedrebbero tutte le distese di cemento, con le luci alle finestre, alte fino alle stelle, se certi fumi ocra che vanno verso il cielo dalle periferie non nascondessero tutto. Si ha certezza solo delle palme sopravvissute e dello spazio occupato dal corpo. C’è anche una nebbia persistente: la volontà fallibile di una pioggia che è sempre annunciata e continuamente rimandata da previsioni azzardate. Là sotto uno scoppiettio che sembra di spari. Gli spari non li ho mai sentiti, ma me li immagino così: puntiformi, lontani.

Vaneggio una guerra civile. La città è coperta di polvere ocra per le esplosioni e in lontananza, l’atrio dell’edificio in vetro della banca centrale è pieno di gente comune, spaventata; si sono chiusi là dentro perché, come accade nei sogni, credono di essere invisibili. Ma non è così: i guerriglieri fanno irruzione e si mettono a sparare sulla folla, uccidendo tutti tranne me. Riesco a scappare seguendo Marco, un vecchio amico che mi è apparso accanto. Mi trascina per mano in fondo all’atrio del palazzo della banca, dove prendiamo un ascensore che ci porta su a grande velocità.

Marco l’avevo rivisto oggi pomeriggio. Quando è arrivato, alla sezione faceva caldo e l’aria si era appesantita. Accompagnava il nonno a votare, un vecchio cieco e malmesso.

Marco e io ci siamo conosciuti al liceo. L’ho incontrato pochi giorni dopo l’inizio del mio quarto ginnasio. Aveva due anni più di me, parlava forte e diceva le sue convinzioni. Conosceva un’infinità di cose e sapeva frantumare i miei problemi fino a renderli digeribili alla mia intelligenza limitata. Fu una guida. Io ero un ragazzino dal carattere debole mentre lui tirava sempre dritto: standogli accanto mi rafforzai. Passava molto tempo in chiesa e nella sezione di quartiere dei Ds. Una volta mi portò a messa, ma a metà della cerimonia dovetti uscire perché i canti mi mettevano angoscia. Il partito l’ho frequentato per qualche mese, ma come ho già detto di politica non ho mai capito molto.

Per via della mia docilità Marco mi scelse come complice per i suoi scherzi. Ne inventava in continuazione, io ero sempre con lui. Quello che facevamo più spesso era chiudere la gente nei posti, versando colla nelle serrature. Abbiamo chiuso il preside nel suo ufficio, i fascisti nella loro sezione, uno che ci stava sulle palle in chiesa il giorno del suo matrimonio, con tutti gli invitati.

Al di là di questo, la cosa che più mi piaceva di Marco era che ogni volta che decideva di fare una cosa la scelta era assoluta. Non è mai tornato sui suoi passi. Probabilmente ci siamo persi perché io con l’assoluto sono stato sempre negato e questo mi ha reso insopportabile la sua compagnia.

L’ho rincontrato qualche anno dopo la fine del liceo – un amico comune mi aveva detto che era entrato in seminario. L’ho chiamato e gli ho detto che lo volevo rivedere. Ci siamo dati appuntamento in un bar. Avrei voluto dirgli qualcosa di significativo ma non ci sono riuscito. Anzi, non dicevo proprio nulla, così lui mi ha raccontato una scena a cui aveva assistito durante il seminario. Un prete aveva chiuso a chiave lui e un gruppo di suoi compagni in una classe dopo una lezione di teologia, e poi aveva cominciato a prendere la porta a pugni, sempre più forte, e a chiedere di farlo uscire. Urlava, strepitava che aprissero per farlo uscire, e intanto rideva, scalmanato, e si accaniva sulla porta. «Lo scherzo così è molto meglio» ha commentato Marco.

Oggi il nonno e Marco sono entrati nella cabina e ci sono rimasti a lungo. Inizialmente nessuno ci ha fatto caso – la sezione era piena di gente – ma poi un mio collega ha notato che i documenti del nonno di Marco stavano ancora sul tavolo. Allora si è cominciato a preoccupare e ha chiesto cosa fare al segretario di sezione, che non gli ha risposto perché era troppo impegnato; così si è avvicinato alla cabina e ha cominciato a bussare piano sul legno delle pareti e a chiamare Marco e il nonno, ma non hanno risposto. Io continuavo a guardare le mani degli altri votanti e a fare attenzione ai numeri neri, per paura di distrarmi e di sbagliare le trascrizioni. Il mio collega è tornato verso di me e mi ha chiesto di aiutarlo.

«Lasciali là dentro, non ti preoccupare» gli ho detto io e poi mi sono preso una pausa. Sono uscito. Tutto come al solito: gli alberi sono venti, la macchina che passa è la numero duecentosei, il gatto è il ventitreesimo.

Da ragazzino ero fortissimo a nascondino; nella scuola delle elementari conoscevo tutti i posti migliori. Oggi non ho nessuna voglia di giocare a nascondermi, e del resto non siamo più bambini; ma ormai è troppo tardi e non possiamo più tirarci indietro.