Istanti felici di un leopardo delle nevi
First published in Italian in Menelique, #6. Included in La vita privata degli animali, a story collection with illustrations by Manfredi Ciminale (Hoppipolla, Pescara, 2026). Translated into English by the author.
English abstract: Set in a future Ladakh where glaciers are melting and scarcity has become ordinary, this fiction follows Hamed, a Kashmiri professional hunter hired by an obscenely wealthy couple to track and kill a snow leopard. Over a stalled expedition and rising weather danger, the hunt turns into a study of power: money that assumes it can buy nature, a trophy desired not for survival but for symbolic possession, and a guide who understands both the mountains and the rich’s rituals of violence. As tension escalates inside the tent and on the ridge, the leopard becomes less an animal than a moral mirror, exposing what remains “human” when the world thins out: air, water, empathy.
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Hamed pensò alle cose del Ladakh che non sopportava. L’aria rarefatta, innanzitutto: su quelle montagne ci aveva passato una vita, e ancora gli veniva il fiato corto. Odiava il silenzio in cui ogni rumore ti serra le vene − una frana lontana, lo strepito di un’aquila, l’urlo di un lupo. Odiava l’ombra perenne nelle gole inaridite che avvolgeva lui e i suoi clienti durante le spedizioni. Odiava il rosso carminio e il beige; quando mai si erano viste montagne di quei colori? Nel suo Kashmir non era così: roccia scura, e alberi dappertutto. In Ladakh, invece, non cresceva un ciuffo d’erba, solo cespugli striminziti, vegetazione da morti, e poi polvere, polvere, polvere. Odiava anche i ladakhi che lavoravano con lui; avevano la pelle lurida, puzzavano, e ogni mattina pregavano una divinità insulsa che minacciava di non lasciarti morire mai.
Ma più di tutto odiava la nostalgia. Trenta o quarant’anni prima era venuto sull’Himalaya per avventura e soldi, e li aveva trovati. Al tempo, aveva amato le stesse cose che ora disprezzava − tranne il buddhismo, certo, quello era sempre stato una roba da imbecilli. Cosa avrebbero pensato il padre e la madre del suo odio per il lavoro e per la terra? Ma la madre e il padre erano morti, come tutti gli altri, e ora erano in paradiso, Mashallah. Inutile farsi il sangue marcio.
«Vorrei bere qualcosa di forte, non ne posso più di questo tè», disse Javier rivolto alla moglie.
Il sole era calato ed erano tutti seduti a terra nella tenda comune; nell’anticamera, i ladakhi preparavano la solita cena di lenticchie e riso. Avendo sforato il programma di viaggio di diversi giorni, il cibo principesco che la coppia aveva fatto portare lassù era finito. Roba che i ladakhi e Hamed non avevano mai visto in vita loro; pomodori, per esempio, che avevano mangiato quasi tutti i giorni. I ricchi potevano ancora mettere le mani su frutti che per la maggior parte dell’umanità erano solo un ricordo lontano.
«Smettila, Javier», sibilò Elvira. «Manchi di rispetto al signor Hamed; e poi lo sai che non abbiamo portato alcool». Piegandosi verso il marito smise per un attimo di accarezzare la fronte del figlio, che le si era addormentato con la testa sulle ginocchia. Un bambino magro e dalla pelle chiarissima, che non apriva mai bocca.
«Era un modo di dire, stai calma».
«Mi creda», intervenne Hamed senza guardare nessuno dei due, «anch’io ogni tanto avrei voglia di un goccio».
Il capocuoco, che li aveva sentiti, portò loro tre tazze di gur-gur chai, il tè locale. Elvira appoggiò delicatamente la testa di Eduardo sul tappeto e bevvero in silenzio.
Hamed osservava il ragazzino pensando che somigliava più a un sacco di carne che a un essere umano. Non riusciva a inquadrarlo. Progettando il viaggio insieme alla coppia, li aveva avvertiti che portare un bambino di dodici anni sui sentieri di alta montagna non era una buona idea. Elvira era stata irremovibile: «Eduardo è un bambino particolare, ma durante la caccia è sempre stato con me; quando sparo alle bestie ci deve essere anche lui».
«Dobbiamo parlare del leopardo», disse Hamed.
«Era ora», commentò Javier, ricevendo un’occhiata fulminea della moglie.
Erano incredibilmente ricchi, così ricchi da poter ingaggiare per un anno intero la miglior squadra di battitori dell’Himalaya: tanto c’era voluto per rintracciare un esemplare di leopardo delle nevi.
I due erano belli, pensava Hamed, e in apparenza anche molto giovani. Elvira era un tipo muscoloso, con gambe da scalatrice, mentre l’altro era più esile e faceva più fatica ad adattarsi all’asprezza dell’Himalaya. La loro bellezza era ovviamente artificiale, e benché alla fine del ventunesimo secolo i chirurghi fossero ormai paragonabili a stregoni, si intuiva quanto il bisturi avesse inciso i corpi. Per quanto riguarda l’età, potevano avere trenta come sessant’anni. I ricchi rimanevano sempre giovani, fino a quando il cuore o il cervello non alzavano bandiera bianca; allora affogavano di colpo nell’abisso delle loro vite, come pietre nell’acqua nera.
«Di cosa dobbiamo parlare, esattamente?» chiese Elvira.
Hamed le sorrise, mentre lei lo squadrava con aria di sfida.
Gli occhi del cacciatore erano grigi con screziature gialle, grandi, e sulla sua scura faccia ovale era grande anche tutto il resto: le sopracciglia, il naso, le narici, le labbra. Elvira spostò lo sguardo più in basso, al giaccone verde militare sporco di terra, troppo largo anche per le sue enormi spalle, e poi ai calzoni vecchi e agli stivali sporchissimi. L’aveva visto cambiarsi solo una volta e si chiedeva come facesse a non puzzare. Hamed era di statura media e, oltre a non emettere alcun odore, sembrava indistruttibile.
«La pioggia che sta arrivare. Il fiume Zanskar si sta sciogliendo. Ci siamo dati altri quattro giorni, e finiscono domani, quindi è il caso che--».
«Ah sì? Come vola il tempo», esclamò Elvira con un sorriso forzato.
«Smettila Elvira, sta a sentire quello che ha da dire il signor Hamed», disse Javier.
«Dicevo: quindi è il caso che vi riporti a valle. Stanno anche finendo le provviste».
«Ma lei, qualche giorno fa, ha detto che si può sempre tornare giù per la via dei passi».
«E ho anche detto che quel sentiero è per le emergenza. La pioggia qui uccide. L’anno scorso in una frana è sparita un’intera spedizione».
«Quella spedizione non era guidata da lei», ribatté Elvira, sorridendo.
«Oh Gesù, Elvira. Non siamo venuti qui per morire», sbottò Javier. «Siamo venuti perché a morire fosse il maledetto leopardo».
Il bambino emise una sorta di sibilo e si voltò di lato. Elvira si avvicinò al suo volto, scostò amorevolmente i capelli che gli coprivano la fronte e gli diede un bacio leggero.
«Abbassa la voce, Javier... Non mi pare che l’abbiamo ancora ammazzato, questo leopardo del cazzo».
«È impossibile che sia ancora vivo. Glielo dica, Hamed».
L’uomo guardava dentro la sua tazza. Aveva già assistito ai loro litigi, intervenire non serviva a nulla.
«La testa, Javier. Quante volte te lo devo ripetere? Voglio la testa», disse Elvira con voce fredda.
Javier si alzò sbuffando.
«È stato un errore portare--».
«Ti avverto, Javier, non osare finire la frase!»
La mascella di lui si chiuse con uno schiocco e sia Elvira che Hamed videro che per la rabbia gli occhi gli si riempivano di lacrime. Uscì rapidamente dalla tenda, nel vento gelido che al tramonto si inoltrava nella gola.
«Suo marito è molto nervoso, senz’altro, ma ha ragione. Stiamo tirando troppo la corda».
Elvira si voltò verso l’uomo, ancora carica di rabbia ma, incontrando il suo sguardo autorevole, si placò istintivamente.
«Lei capisce quanti anni sono che desidero il leopardo in casa? Mio padre l’ha cercato per anni, su queste stesse montagne, e non è mai riuscito a trovarlo».
«Come le ho già detto testimonierò che l’ha ucciso».
«È un fatto simbolico, Hamed. Devo vederlo morire con i miei occhi».
Oh, capisco molto bene, vecchia stupida, pensò Hamed, sai quanti ne ho incontrati come te?
Così rimasero lì dov’erano, a bere il loro té, mentre i ladakhi continuavano a parlare a bassa voce come se gli stranieri non esistessero. Dopo un po’ Elvira decise di tornare alla carica.
«Lei è pagato molto bene e le ho anche promesso il doppio per i giorni extra. Se io pago, lei deve fare quello che le chiedo».
«Vuole sapere se i soldi basteranno a farmi cambiare idea?»
Ora Hamed la guardava freddamente, la tazza appoggiata a terra. Aveva tirato fuori la sua cartuccia portafortuna da una tasca e se la rigirava tra le dita. Un tempo, in una guerra inutile che si era combattuta lassù, aveva ucciso un uomo; era accaduto prima che i ghiacciai cominciassero a sciogliersi e prima che la gente emigrasse per la cronica mancanza d’acqua.
«No», disse. «Io sono un cacciatore di professione. Quando dico che bisogna tornare, bisogna tornare. Quando dico che la caccia è finita, è finita».
Nei giorni precedenti la tensione aveva cominciato a crescere, ed era ovvio che prima o poi sarebbe esplosa. Quel momento è arrivato, pensò Hamed. Tanto meglio, non avrebbe più dovuto passare il tempo con quella donna odiosa e quel figlio inquietante. Avrebbe mangiato da solo, e soprattutto avrebbe potuto finalmente stappare il suo chaang. Alla fine di ogni stagione si scolava una bottiglia; si sarebbe ubriacato nella sua tenda, e poi avrebbe ripreso a pregare come si deve, chiedendo perdono ad Allah per aver ucciso una delle sue bestie più belle. Allah avrebbe capito.
Il bambino si mosse; con gli occhi chiusi, senza svegliarsi. Si gettò sulla madre e la abbracciò.
«Mi scusi», disse Elvira. «Ha ragione lei. Faremo come ha detto. Altri due giorni e poi basta».
Niente, pensò Hamed, il mio piano è fallito. Forse si era espresso con troppa durezza. Forse l’aveva spaventata più che provocarla.
«Potremmo essere fortunati», disse poi, più morbido. «Talvolta la bestia si fa viva poco prima della fine delle spedizioni. Viene incontro a chi le dà la caccia».
«Un animale che va incontro alla morte?»
«Sì. È strano. Ma capita. Ora però non ci pensi».
In quel momento i ladakhi cominciarono a preparare i piatti.
«Vado alla tenda a chiamare quell’altro», disse Elvira. «Dovrà pur mangiare qualcosa».
–
Quella notte Elvira si svegliò poco dopo essersi addormentata, o almeno così le sembrò, per via di sogni brevi e pieni di sangue. Fuori, un vento feroce sollevava schegge di ghiaccio e creava turbini verticali, decine di piccoli cicloni. La tenda era piantata all’interno di una grotta dal suolo sabbioso, vicino al letto di un fiume estinto. Elvira era rannicchiata nel sacco a pelo, e nel sacco a pelo alla sua destra c’era il figlio. Sentiva il suo respiro regolare. Alla sua sinistra, invece, non percepiva quello di Javier; il sacco a pelo del marito era vuoto. Non se ne preoccupò, il freddo lo faceva andare in bagno di continuo.
Come ogni notte, la sensazione che provava da quando aveva incontrato l’animale tornò ad aggredirla. Si sentiva vuota, ed era una sensazione puramente fisica, nel centro dello stomaco, una fame assoluta e impossibile da soddisfare.
Cinque giorni prima, all’alba, i battitori erano arrivati al campo dicendo di aver individuato delle carcasse di capre selvatiche, poco a sud della cresta tra Sisir La e Kalgi. Lì, le montagne erano blu e verdi e si vedevano ancora le tracce del lunghissimo sentiero che un tempo i commercianti di sale percorrevano per raggiungere la Cina − quando i confini di montagna avevano ancora senso, e per difenderli o conquistarli ci si ammazzava. I battitori avevano seguito le tracce di sangue delle prede e ritrovato gli escrementi del leopardo, registrando il suo attuale territorio di caccia. La prima volta che l’avevano visto, un mese prima, era pochi chilometri più a sud, ed era stato facile rimanergli dietro mentre gli stranieri raggiungevano il Ladakh dal Brasile.
«È una splendida bestia», disse Hamed a Elvira mentre la donna imbracciava il fucile e si metteva lo zaino sulle spalle. «Come non se ne vedono da molto tempo. Saremo lì in poche ore».
«Dove devo sparargli quando ce l’ho a tiro?»
«Gliel’ho già detto. Miri al collo. La porterò sulla parete opposta. Dovremo aspettare che il vento pomeridiano si plachi, poi il leopardo apparirà e noi potremo sparargli».
«Ho una sola possibilità».
«Sì, ha una sola possibilità. Se lo manca, il leopardo scapperà e probabilmente cambierà territorio di caccia. Si spostano di molti chilometri quando capiscono di essere in pericolo».
Partirono con Eduardo e un paio di porter con le tende e del cibo, nell’evenienza che dovessero passare la notte appostati. Javier rimase al campo tendato. Così erano i patti.
Camminarono per quattro ore su un sentiero invisibile, che il capo battitore e Hamed seguivano più con la mente che con gli occhi. Era piuttosto ripido; una volta valicato avrebbe permesso loro di raggiungere il leopardo rimanendo sotto vento.
Elvira era allenata ma arrancava, l’ossigeno scarseggiava e il sentiero era infido. Eduardo, invece, si muoveva con leggerezza straordinaria, lanciandosi in corse veloci con cui aggrediva la montagna, sordo alla madre che lo pregava di fare attenzione.
In cresta Hamed ordinò silenzio. Elvira prese il bambino per mano intimandogli di rimanerle vicino. Il ragazzino si placò; non era la prima volta che cacciavano insieme.
Nel primo pomeriggio raggiunsero l’appostamento designato dai battitori: le rovine di un vecchio rifugio di pastori. Oltre al debole soffio del vento, la quiete era assoluta. L’unico vago rumore era il fruscio di un ruscello, lontanissimo o generato da un’allucinazione.
Hamed appoggiò il suo zaino a terra, bevve dalla borraccia e poi puntò il suo binocolo sovietico verso parete opposta. Parlò in ladakho con il battitore.
«Il leopardo potrebbe passare tra circa tre o quattro ore», tradusse a Elvira.
Si distesero dietro un cumulo di pietre, con le canne dei fucili appoggiate a ciò che rimaneva dell’edificio, un basso muretto. Il bambino si rifiutò di mettersi accanto a loro e, rimanendo seduto, non nascondeva la sommità del capo. Questo preoccupò Hamed. In Eduardo, inoltre, apparve una strana agitazione, dei tremiti, e la madre cercò di tranquillizzare il cacciatore dicendo che era tutto normale e sotto controllo. Tre ore dopo apparve uno stormo di uccelli, che volando sopra le loro teste si dirigeva verso la cresta che avevano davanti. Uccelli bianchi e neri che Elvira non aveva mai visto prima.
«Guarda, Eduardo», sussurrò la donna al figlio. Il bambino guardò in alto, aprì leggermente la bocca ed emise uno stridio gutturale, un verso da gatto ferito.
«Avvoltoi dell’Himalaya», disse Hamed. «Vanno dove la bestia ha lasciato una preda».
Riprese il suo binocolo e scandagliò la parete opposta. La roccia era grigia, il leopardo vi si poteva mimetizzare. Hamed si concentrò e percorse lentamente ogni sasso, ogni cespuglio, ogni buco. Risalì il ghiaione e poi, molto in alto, lo vide. Scendeva con calma verso il basso, leccandosi il muso sporco di sangue.
«Sta scendendo verso la gola. Ora non facciamoci prendere dalla fretta».
Elvira sollevò il suo binocolo nuovo di zecca e se lo piantò sugli occhi con forza.
«Dov’è? Non lo vedo».
«È accanto a quel cespuglio».
Un maschio adulto di più di un metro e mezzo di lunghezza, col muso corto, stanchi occhi celesti e poca carne sotto lo spesso manto bruno e maculato. La sua spessa coda strusciava a terra, come se fosse un assassino che nasconde le sue tracce.
Il bambino non si mosse. Smise di guardarsi le mani e orientò gli occhi dov’era il leopardo. Era difficile che riuscisse a vedere l’animale senza usare il binocolo, eppure ad Hamed sembrava che lo fissasse.
«Quando supera quel grande sasso nero, tolga la sicura al fucile e carichi il colpo», disse l’uomo.
Elvira si mise in ginocchio, appoggiò l’occhio al mirino, mise il dito sul grilletto e regolò il respiro. Hamed la guardò con ammirazione: Elvira e il suo Sako Finnlight erano un corpo solo.
Il bambino si alzò in piedi e prese a indicare il leopardo con un dito teso. La sua faccia era divisa a metà, sulla destra un sorriso acceso, quasi bello, sulla sinistra un occhio tragico.
«Perché accelera?» sussurrò Elvira. Hamed tornò al binocolo. Il leopardo si era accorto di loro.
«Il collo, Elvira. Il collo o la spalla. Si prepari a sparare. Ecco! Carichi il colpo».
Poi tutto precipitò. Eduardo emise un urlo improvviso, un urlo profondissimo che Hamed non aveva mai sentito, un grido di paura assoluta e di assoluto desiderio di sconfiggerla. Lo investì e quasi lo fece cadere a terra. Ricordava urla sentite in guerra da uomini torturati col coltello, con l’elettricità o con l’acqua. Il leopardo si gettò in corsa verso la gola, e sulla ghiaia sembrava volare.
«Spari, nel nome di Allah, spari!»
Il rumore fu fragoroso e lungo, crebbe rimbalzando sulle montagne e tornò indietro. Nel silenzio assoluto di quei luoghi, li investì come una granata scoppiata da vicino. Si alzò una nuvola di polvere e, se possibile, la bestia accelerò ancora. Il bambino continuava a urlare.
«L’ha mancato! Spari ancora! Tiralo giù!».
Il leopardo aveva quasi raggiunto l’ombra della gola, dove sarebbe divenuto invisibile. Un secondo colpo.
Hamed vide una nuvola di sangue sollevarsi da una delle zampe posteriori; l’animale scartò violentemente e scomparve. Il bambino smise di urlare e si accasciò a terra.
–
Adesso, quando Elvira smise di rimuginare su quello che era successo, la notte era spessa e la donna pensò che fosse molto tardi. Si mise ad accarezzare il braccio che il figlio teneva fuori dal sacco a pelo. Era preoccupata. Dopo l’incontro con il leopardo, non aveva più parlato. Non era la prima volta che accadeva, talvolta non apriva bocca per settimane, ma non era mai successo a seguito di una circostanza del genere. Né l’aveva mai sentito urlare a quel modo.
Javier aprì la tenda, si tolse la giacca a vento e gli scarponi e si infilò in fretta nel sacco a pelo.
«Dove sei stato?»
«Stanotte è più freddo del solito, se possibile. Anche se non c’è vento».
«Dove sei stato?»
«Fuori, a prendere una aria. A guardare le stelle».
«Non te ne è mai fregato nulla delle stelle».
«Abbassa la voce. Svegli Eduardo. E cos’è tutto quest’astio?»
«Che ore sono?»
«È presto. Saranno le dieci. Ti sei addormentata subito quando siamo rientrati in tenda. Come mai ti sei svegliata?»
«Sogni».
«Cos’hai sognato?»
«Il leopardo. Non riesco a smettere di pensare alla sua forza. Vive nel posto più freddo del mondo, è velocissimo, riesce a vedere anche quando è buio pesto. È percezione pura. Voglio per me la sua acutezza. Voglio ucciderlo e prendere il suo spirito».
«Non ce la fai, eh? Quello che ti ha detto Hamed--».
«Non mi piace quell’uomo. Più passano i giorni e meno mi piace».
«È un bravo cacciatore. Ti ha portato al leopardo, no? Cosa vuoi di più? Conosce il territorio molto meglio di noi».
«Ragiona d’istinto. Potremmo restare più a lungo. Ho studiato meteorologia del Ladakh e--».
«Oh, Elvira, tu e la tua presunzione. Questi la montagna ce l’hanno nella pelle. Cosa ne vuoi capire tu?»
«Adesso sei tu che alzi la voce».
«È inutile che continuiamo a discutere. Senza Hamed non andiamo avanti».
«Potremmo--».
«Lasciami dormire, ora. Sono stanco».
«Voglio parlare».
«Allora fallo, ma da sola. Io adesso voglio dormire».
–
Per colazione prepararono khambir spalmato con burro di yak e sale. Hamed mangiò con gusto. L’avventura stava per finire e lui pensava al mare. Voleva andare a vedere il mare. Stavolta aveva fatto davvero bei soldi. Sarebba andato a nord, dove l’acqua non ti distruggeva la pelle e si poteva ancora nuotare.
«Dormito bene?» chiese guardando il bambino. All’inizio del viaggio si erano scambiati un paio di sorrisi, ora era come guardare un muro.
«E lei?» rispose Elvira.
«Decentemente. Non mi posso lamentare».
«Crede che potremo andare a cercare qualche capra selvatica, oggi?», chiese Javier.
«Capre? Vuole sparare anche lei?»
«Non mi dispiacerebbe, visto che sono qui».
«Javier, ma cosa stai--».
«Possiamo provare a est del Nan», disse il cacciatore. «Un paio d’ore di camminata da qui. Da quelle parti si trova ancora qualcosa».
«Tu resti al campo. Noi andiamo a cercare il leopardo», disse Elvira. « E lei non dica stronzate, per favore. Non la pago per insegnarci a sparare alle caprette».
«Come volete voi», disse Hamed. Ingoiò rumorosamente il suo boccone, diede una sorsata di tè e prese a rollarsi una sigaretta di marijuana.
«E invece, capre o meno, oggi vengo con voi», disse Javier.
«No, andremo io e--».
«Smettila Elvira, ho deciso, vengo con voi».
Hamed si alzò richiamato dal capo battitore, Lobsang, che aveva appena raggiunto il campo. Un tibetano magrissimo e dalla pelle scura che aveva il vizio del bere ma fiutava gli animali da chilometri: il suo miglior uomo; era esausto, la notte precedente non aveva chiuso occhio.
I due stranieri erano rimasti seduti a discutere. Elvira fissava la sua tazza di caffè solubile.
«Andiamo? Ci muoviamo verso est, oggi», disse Hamed tornando da loro. Si era rabbuiato. «Lobsang dice di aver trovato qualcosa».
L’uomo, con gli occhi iniettati di sangue, fece un verso strano. Gli stranieri lo disgustavano, ma non poteva fare a meno dei loro soldi. Lui, come tutti gli altri. Sputò a terra.
«Qualcosa?» chiese Elvira.
«Non siamo sicuri», mentì il cacciatore. «Dobbiamo andare a vedere». Lanciò un’occhiata a Javier.
«Può venire anche lei, ci stia dietro».
«Ormai quello che dico io non conta più», sbottò Elvira.
«Forza, andiamo. Cammineremo veloci», fece Hamed, spazientito.
Era un bel mattino, non c’era il solito vento gelido e il sole li stava risparmiando della sua crudeltà; Hamed si scoprì a pensare cose che non gli attraversavano la testa da tempo. Desiderò che la bestia scappasse, che non si facesse trovare. Immaginò che riuscisse a cacciarsi fuori il proiettile dalla carne con le zanne, che si leccasse la ferita cancellando l’infezione, che reimparasse a correre e che trovasse una valle segreta, dove c’era ancora acqua e neve e cibo e femmine di leopardo e... Scosse la testa.
Ma che cazzo mi metto a pensare? Si disse. La cosa migliore è trovare l’animale, ammazzarlo e levarsi di qui.
Nelle prime tre ore di cammino non parlò nessuno. Lobsang apriva la pista lungo un sentiero che seguiva il corso dell’ennesimo fiume estinto. Il paesaggio si indurì, finché anche i cespugli più resistenti non sparirono e ci furono solo polvere, sassi e cielo. Un cielo pesante, pensava Elvira, afferrata dal desiderio di uccidere l’animale e di scuoiarlo con le sue mani.
Si portò la mano alla cintura ma non trovò quello che cercava. Si voltò verso Javier, che camminava mano nella mano con Eduardo.
«Dov’è il mio coltello?»
«L’hai messo nel mio zaino, credo».
«Nel tuo zaino?»
«Sì, un paio di giorni fa».
«Non ricordo di--»
«Vuoi che te lo dia?»
«Non ora, sennò ci seminano. Me lo darai più avanti».
Mezz’ora dopo il sentiero digradò verso il letto secco del fiume. Lo attraversarono passando sotto i resti di un ponte distrutto cinquant’anni prima da un’indondazione. Poi ricominciarono a inerpicarsi.
Sul nuovo sentiero apparve un muro di Mani e poi una serie di stupa bianche con gli apici mozzati. Quando il sentiero si allargò, alzarono le teste e videro delle antiche casupole di pietra dipinte di bianco, plasmate nella roccia come se ne fossero una generazione diretta. Era un vecchio monastero Gelug disposto su tre livelli intorno a una sorgente sacra. In basso c’era un cortile di pietra e lì Lobsang si fermò. Hamed si sedette sulla scalinata che portava al livello superiore, dove un tempo i monaci bambini si riunivano per le preghiere. Il cacciatore e Javier si scambiarono uno sguardo di intesa, l’uomo rivolse un sorriso enigmatico alla moglie, appoggiò lo zaino a terra, tirò fuori la borraccia e la passò a Eduardo, che bevve a grandi sorsate.
«Questo era il monastero di Phuktal, uno dei più importanti della zona. Ci abitavano un tempo una sessantina di monaci bambini con i loro maestri», disse Hamed mentre sbriciolava dell’erba in un pezzo di carta.
«E poi?» chiese Elvira.
«È finita l’acqua. C’è stata la guerra. Alcuni monaci hanno combattuto. E sono morti».
«È un bel posto. Triste e affascinante, no?» disse Javier.
«Quanto ci fermiamo, Hamed? Io non sono stanca, possiamo proseguire», disse l’altra.
«Oh, noi ci fermiamo giusto due minuti» rispose Hamed.
«Io e Eduardo staremo qui e vi aspetteremo», disse Javier.
«Esatto, Javier e suo figlio staranno qui», ribadì il cacciatore. «Il posto indicato da Lobsang è vicino, basta svoltare a ovest dopo quella grotta laggiù».
«Ma di cosa parlate?» disse Elvira. «Eduardo viene con me, come sempre». Camminò verso il bambino, che provava a guardare dentro un antico tempietto con le mani a coppa appoggiate a una finestra. Javier si mise tra lui e la moglie che avanzava con passo deciso.
«Non te lo posso permettere, Elvira. È pericoloso. Non hai visto la reazione che ha avuto la prima volta?»
«È mio figlio, Javier. Ricordati che è mio figlio. È stato con me in Namibia quando abbiamo ucciso gli elefanti, in Groenlandia con gli orsi bianchi, in Canada con i bufali. E lo voglio con me quando tiro giù questo cazzo di leopardo».
«È nostro figlio, Elvira--».
«Levami le mani di dosso!»
Eduardo intanto faceva finta di niente, come se non si accorgesse di nulla. Hamed andò a dividerli, e parlò loro con voce calma.
«È inutile che litighiate. La cosa è decisa, ne abbiamo parlato ieri notte con Javier. Io, lei e Lobsang proseguiamo, loro ci aspettano qui».
«Ah è così! Altro che stelle e stelle, stronzo».
«Non fare scenate, Elvira».
«Io porterò anche Eduardo. Che lei lo voglia o meno».
«Le ripeto, la faccenda è chiusa», disse il cacciatore. «Lobsang porterà il suo fucile. Andiamo».
«Ah sì? E allora io la pagherò metà della cifra pattuita».
Hamed buttò a terra la sigaretta che si era appena acceso, e si fece sotto. Da vicino quell’uomo incuteva spavento, con i suoi occhi spalancati e le sue mani enormi; strinse il braccio della donna senza smettere di sorriderle.
«Non direi sciocchezze, se fossi in lei. Se vi abbandono qui, dubito che riusciate a tornare a Leh da soli».
Elvira voleva rispondergli nuovamente ma i suoi occhi non riuscirono a sostenere la tensione e si abbassarono. Javier andò dal bambino, che ora fissava la madre. Elvira si mise le mani sul volto, strofinò i palmi sulla faccia e poi li passò tra i capelli. Guardò in alto, vide un avvoltoio. Dietro l’uccello, apparivano nuvole crudeli. Globi neri e densi. Andò dal bambino, provò ad abbracciarlo, ma Eduardo si nascose dietro al corpo di Javier, strofinandosi il palmo di una mano con le dita dell’altra.
«Andiamo, sta arrivando la pioggia», disse Hamed. «Ve l’ho detto che stava arrivando. Dobbiamo sbrigarci».
–
Si arrampicarono per un’altra ora, una salita ripidissima fra massi spezzati da terremoti. Superarono la cresta e trovarono montagne nere. Lì li aspettava il figlio ventenne di Lobsang, in attesa dall’alba che il padre e gli stranieri lo raggiungessero. Confabulò con Hamed.
«Ci siamo», disse il cacciatore alla donna. «Rinchen dice che il leopardo si nasconde tra quelle rocce laggiù. Probabilmente aspetta la morte».
«Facciamola finita, allora. Ammazziamolo».
Sulla donna era calata una stanchezza inaspettata, segni scuri sul volto come se nell’ultima ora fosse invecchiata di dieci anni.
«Cos’ha?» le chiese Hamed.
«Nulla, non ho nulla».
«Bene. Ci piazzeremo lì in fondo, nascosti dietro quel masso. Attenderemo per un po’ che la bestia si muova».
«E se non si muove?»
«Vorrà dire che le sue energie si sono esaurite. E allora toccherà stanarla. Ma ci conviene aspettare ancora, fino al tramonto. Male che vada, passeremo la notte al monastero e torneremo domattina».
Elvira non disse nulla, imbracciò il fucile lasciato a terra da Lobsang e presero a camminare lentamente verso il basso.
«Perché loro non ci seguono?» chiese dopo qualche passo.
« Non vogliono assistere».
«Non vogliono assistere?»
«Per loro quello che facciamo è sleale. Spariamo a una bestia che non si può difendere, e la inseguiamo quando è ferita».
«E lei cosa pensa?»
«Io penso che sia il caso di farla finita. L’animale sta soffrendo. E poi, qualcuno potrebbe trovarla prima di no ».
Ma per la verità non era questo ciò che pensava, stava elaborando un piano diverso dal solito.
«Ora stia dietro di me, uno o due metri, e metta i piedi esattamente dove li metto io. Non siamo più sottovento, purtroppo».
Raggiunsero il nascondiglio, si sdraiarono a terra e si misero in attesa. Mentre Elvira tirava fuori il Sako e lo posizionava in modo da avere la mira pulita, Hamed si mise a scrutare rocce e buchi in cerca di segni del passaggio del leopardo. Vide o credette di vedere delle tracce di sangue, in una luce del sole che diveniva sempre più debole per via delle nuvole pesanti che si condensavano lentamente sopra di loro.
«La pioggia è pericolosa quassù», disse.
«Perché è pericolosa?»
«Lo è e basta».
E pochi minuti dopo, visto che Hamed l’aveva chiamata, la pioggia arrivò.
Iniziava sempre sotto forma di gocce fine e veloci, e Hamed sapeva che presto avrebbe dato sfoggio di grande aggressività, e che sarebbe durata per giorni. Acqua terribile, che quasi nessuno era in grado di bere.
Tirarono fuori le cerate dagli zaini, se le misero addosso in silenzio, ritornarono in posizione.
Elvira si piegò sul fucile e fu come se ficcando l’occhio nel mirino costringesse tutto il corpo nel piccolo cilindro di metallo e vetro, e così facendo vide il leopardo che tirava fuori il muso serio e triste da una piccola tana improvvisata tra la polvere e i sassi. «Eccolo», sussurrò, e Hamed percepì con disgusto la scarica di eccitazione che ridava fuoco alla donna. Merda, l’ha visto anche lei.
«Non distolga lo sguardo», le disse appoggiando una mano accanto alla canna del fucile. «Non tolga l’occhio dal mirino». Spostò il palmo sopra la canna, con estrema delicatezza. Il leopardo tirò il muso fuori dalla sua tana.
Aveva sete. Lui era un animale, e non poteva sapere il motivo per cui veniva cacciato. Non poteva nemmeno sapere che era l’ultimo esemplare della sua specie. Aveva solo sete, adesso, era tutto sete in lui: voglia di acqua che gli scorresse sulla lingua e nella gola e che penetrasse nello stomaco vuoto. Teneva le orecchie abbassate e il suo unico movimento era quello della coda che si alzava e abbassava.
Gli occhi azzurri, trasformati in fessure, chiamavano la morte senza che lui se ne accorgesse. La consapevolezza della fine era un sentimento vago, un fatto dello spazio e del tempo, non della coscienza. Di vera coscienza il leopardo non ne aveva. Né memoria come quella degli uomini. Memoria di immagini e di alberi e nuvole, astri e guerre, memoria di simboli. Aveva solo la memoria della carne, il leopardo, sensazioni che riapparivano nei sogni.
Aveva sete.
E così era arrivata la pioggia.
Tirò la testa fuori dal suo rifugio, la alzò al cielo, vide nero, sentì l’acqua toccargli la lingua.
Fu felice.
In quella felicità non c’era morte, perché i leopardi delle nevi non hanno coscienza della fine come ce l’hanno gli uomini. Era felice, benché la morte fosse certezza. Sentì la pioggia scorrergli sul manto e bagnare la ferita dandogli sollievo. Emerse completamente dal suo nascondiglio.
Davanti a lui, a circa quattrocento metri di distanza, riconobbe il piccolo animale.
Eduardo.
Quando si erano visti la prima volta, si erano riconosciuti e il bambino aveva urlato. Adesso non scorgeva paura in lui, ma l’opposto. Un sentimento che per il leopardo si chiamava fame.
Eduardo correva verso il basso. Senza far rumore. Quasi volando, con in mano qualcosa – un coltello – e il leopardo sentì anche un tlac, rumore che gli era familiare – la madre caricava il colpo nel fucile, ignara del figlio che correva verso di lei.
Hamed sentì il movimento alle sue spalle. Si voltò.
«Eduardo, no!»
Il bambino spiccò un balzo simile a quelli che il leopardo compiva alla fine della caccia, con la certezza che la morbida carne di una capra sarebbe finita tra le sue fauci.
Il coltello.
Elvira non ebbe nemmeno il tempo di staccare l’occhio dal mirino.
La lama entrò nel collo. Nella schiena.
Uscì.
Entrò di nuovo. La donna non emise alcun suono, come le capre quando lui le azzannava.
Il leopardo raccolse l’acqua con la lingua. Si riempì la bocca.
Sentì che avrebbe vissuto sempre.