La freccia ferma nella foresta senza alberi
Difesa del territorio ancestrale nell’Amazzonia peruviana
Originariamente pubblicato su ilreportage
English abstract: A first-person reportage from the Peruvian Amazon that starts with a belated shock: news of three Asháninka people murdered days after the narrator’s return to Lima. Guilt takes a literal, hallucinatory form (Pizarro at a bar), and the text moves into the forest with the Seguridad Indigena Amazonica – an armed self-defense group protecting “ancestral territory” from illegal gold mining, coca cultivation, and the wider machinery of extraction. The piece alternates field scenes with historical context, and frames environmental destruction as a wound on a collective body – land, people, memory – while asking what it means to photograph violence without aestheticizing it.
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Potrei concludere quest’articolo raccontando del mio compleanno, lo scorso 23 marzo. Era uno degli ultimi giorni a Lima – volo prenotato per il 27 – e passavo il tempo riordinando il materiale fotografico raccolto, o passeggiando per il quartiere di Barranco. Alle due circa mi è arrivato un messaggio di Diego, il collega e amico che, un mese prima, mi aveva messo in contatto con le comunità native Ashàninka della regione amazzonica di Huànuco.
Mi scriveva che, nella notte precedente, tre nativi della comunità di Santa Teresa erano morti ammazzati.
Nusat Parisada Benavides (42), suo marito Berti Antaihua Quispe (42), e Gemerson Pizango Narvaes (46). Pur non conoscendoli, conoscevo Santa Teresa, a meno di due ore di macchina da Paucarcito, la comunità che un mese prima avevo visitato e fotografato.
Sono entrato da Juanito, il bar più vecchio di Barranco, ho ordinato una birra, mi sono seduto e ho lasciato che il senso di colpa mi venisse a trovare.
Ha le sembianze di Francisco Pizarro Gonzàlez come lo si vede dipinto nei quadri del ’500. Volto allungato, naso dritto, occhi ampi e spaventosi, gorgiera bianca su giustacuore nera. Il senso di colpa si siede e ovviamente non dice nulla, mi guarda soltanto, ed è insieme assurdo e profondamente inquietante, come solo Pizarro in un bar con muri tappezzati di quadri e caricature di personaggi famosi può essere.
Prima di questo lavoro, prima di vedere con i miei occhi la violenza che subiscono le comunità indigene e la devastazione dell’Amazzonia peruviana, non pensavo che il senso di colpa per il colonialismo potesse tramutarsi in una sensazione così personale e persecutoria.
Ho inspirato e lasciato che Pizarro mi toccasse con le sue mani dure. Ho chiuso gli occhi e sentito tre rumori: l’esplosione di uno sparo, una freccia che sibila, una foresta che brucia.
Quando il frastuono si è placato, ho potuto aprire la mente al ricordo, e ripercorrere quello che avevo visto nella foresta.
Il Perù è il secondo produttore di cocaina al mondo, dopo la Colombia. Si stima che il bacino amazzonico di Pichis-Palcazù-Pachitea, di cui i territori Asháninka sono parte, sia la seconda zona produttiva del Paese.
Gli Ashàninka sono il gruppo indigeno originario dell’Amazzonia più numeroso del Perù, circa centomila persone, e il loro territorio è stato minacciato e preso d’assalto di continuo: terrorismo, deforestazione, narcotraffico, costruzione di miniere illegali. A ognuno di questi attacchi, gli Ashàninka hanno risposto sempre con grande determinazione, istituendo gruppi armati e rispondendo agli invasori con la forza. La Comisión de la Verdad y Reconciliación stima che dagli anni ’80 del secolo scorso a oggi circa quindicimila Asháninka siano stati costretti ad abbandonare i propri territori e che altri ottomila siano morti.
Così a inizio febbraio mi sono trovato a Puerto Inca, piccolo paese sulle rive del Pachitea, uno dei fiumi color rame che più a nord formano il Rio delle Amazzoni. Le ombre che girano a bordo degli inquietanti Toyota Hilux con vetri oscurati mi notano nel patio della locanda Chincamayo, rallentano appena, e tentano di mettermi a fuoco con occhiate sottili.
Sono in attesa, e bevendo mate di coca tento di ascoltare, attraverso la pioggia, le voci che provengono dall’edificio all’altro lato della strada.
Nella sede della Federacion de Comunidades Nativas de la Provincia de Puerto Inca (FECONAPIA), un grande capannone in legno su due piani, c’è un gruppo di ventuno uomini, visibile attraverso sporche finestre in plastica. Portano tutti la stessa divisa: galosce, jeans, maglietta verde con un teschio bianco, arco e frecce in spalla.
A che punto sono nell’ordine del giorno? Sono arrivati a parlare di me? La Seguridad Indigena Amazonica (SIA) si riunisce ogni settimana per organizzare la difesa del territorio ancestrale e oggi, tra le altre cose, bisogna decidere se portarmi nel giro di perlustrazione previsto per domani.
La mia attesa dura quattro ore. Si interrompe quando la discussione cambia ritmo. Fino a poco fa gli uomini parlavano singolarmente, uno dopo l’altro, ora le voci si sovrappongono, appaiono risate, qualcuno mette su della musica, le porte si aprono e la piccola folla si riversa sulla strada.
Jorge Puente, il più anziano del gruppo, si avvicina lentamente al mio tavolo e mi si siede accanto. Ha un viso rotondo in cui tutto appare gentile, il grande naso, le ampie orecchie, la bocca lunga, e allo stesso tempo è chiaro che se Jorge volesse indurire i lineamenti, saprebbe facilmente incutere terrore.
Attacca bottone raccontando che anche lui scrive, come me, e che sta traducendo delle sue poesie dall’ashàninka al castigliano, affinché la sua lingua non si smarrisca. Mentre parla dei suoi libri, li conta con la mano, battendo di taglio sul tavolo. Uno, due tre, come se tagliasse i libri fantasma apparsi durante il racconto, o per distinguerli con nettezza uno dall’altro. Il gesto Jorge lo usa anche per gli argomenti che seguono, in un discorso in cui tutte le parti sono unite, la sua vita, le esperienze con la Seguridad, i motivi dell’invasione del territorio.
È nato nel 1970, aveva 19 anni quando il suo popolo fondò l’Ejercito Ashaninka a seguito dell’assassinio da parte del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA) di Alejandro Calderon, leader fondatore della Associazione di Nazionalità Asháninka (ANAP), ucciso per il suo impegno nella rivendicazione dei titoli di proprietà dei territori. L’Ejercito Asháninka, un comitato di gruppi di autodifesa, si armò di fucili, archi e frecce con il fine di respingere l’MRTA e gli altri gruppi armati che occupavano la regione. La lotta contro il terrorismo, racconta Jorge, è durata molti anni.
Proseguendo nella storia, Jorge arriva al 2020, alla pandemia, e il racconto degli ultimi anni conferma ciò che dichiara la Comisión Nacional para el Desarrollo y Vida sin Drogas (Devida): con la diminuzione dei controlli militari e di polizia, tra il 2019 e il 2022 gli ettari di coltivazione di coca si sono triplicati. Allo stesso tempo, si è accelerato il processo di deforestazione, e le miniere illegali d’oro si sono moltiplicate. Ciò ha prodotto una forte recrudescenza delle violenze ai danni delle comunità native.
Così nell’ottobre del 2021 l’ANAP, che rappresenta più di dodicimila indigeni, ha dichiarato che si sarebbe tornati alle armi per affrontare “gli invasori”.
La SIA è uno dei gruppi armati formatosi dopo queste dichiarazioni.
Jorge finisce di parlare e io cerco i suoi occhi. Con voce ferma gli ripeto ciò che ho detto ai suoi compagni: sono qui per mostrare quello che vi succede. E lui non è che sorride, però in qualche modo gli ho fatto capire che non dico cazzate, che il mio interesse non è simulato, perché è come se annuisse con gli occhi.
Si volta, davanti alla FECONAPIA ci sono due vecchi pick-up e gli altri membri del SIA stanno salendo nei cassoni. Jorge si alza e mi fa segno di seguirlo.
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Nella selva si apre una radura artificiale, dove gli alberi sono stati sradicati, e scavate nella terra ci sono quattro grandi vasche piene d’acqua. Il colore è giallo, acceso e malato perché contro natura: siamo in una miniera d’oro illegale.
Il rumore di un escavatore cancella i suoni della foresta e il debole battito della pioggia sul mondo.
Gli uomini della SIA osservano la scena sopra collinette di detriti che circondano la vasca, come se l’escavatore fosse un attore e i suoi movimenti una lenta recitazione.
Questa similitudine mi viene in mente per la disposizione degli uomini, a semicerchio, e per la fissità e la concentrazione degli sguardi sulla scena. Eppure niente è recitato.
Scatto delle foto, poi mi avvicino a Heraldo Caballero Huare, l’uomo che conduce il gruppo nella giungla.
«È incredibile, non siamo nemmeno a duecento metri dal tuo villaggio, e già c’è una miniera».
«Sì, e questo è il nostro territorio ancestrale».
«Quante miniere ci sono in questa zona?»
«Diciotto».
«E sono tutte illegali?»
«No, alcune sono autorizzate dal governo locale. Ma la maggior parte sono abusive. E come ti ho detto la polizia non interviene mai».
Questo commando della SIA perlustra la foresta, verifica lo stato delle miniere e delle coltivazioni di coca, il loro numero, e riporta la situazione alla federazione di cui fa parte, nel tentativo di spingere il governo a interventi più decisi.
Poco fa, ho chiesto a Jorge: «Perché usate le frecce?» e lui mi ha risposto: «Queste frecce non sono simboliche. Ho cacciato animali da sempre, con queste frecce posso uccidere».
Frecce contro kalashnikov. Esplicitare gli elementi di risolutezza e disperazione implicati in quest’immagine è plenoastico, quindi non lo faccio. Rifletto piuttosto su cosa significhi assistere all’annientamento del proprio territorio ancestrale.
Quando i coltivatori di coca distruggono la foresta per creare piantagioni, o quando l’escavatore produce un buco nella terra, si produce una ferita su un corpo collettivo fatto di legno, terra, acqua, carne; un corpo che è anche quello degli uomini che sto seguendo.
La ferita non produce un dolore fisico, d’accordo, ma questa ferita Jorge, Heraldo, Joel, Anananias la vedono comunque aprirsi sulla loro propria pelle, nei loro propri organi. È Heraldo a dirmi che si tratta di una ferita reale, battendosi sul petto con l’indice.
«Qui» dice.
Visitiamo altre tre miniere e poi, improvvisamente, lasciamo il sentiero battuto dai bulldozer e ci inoltriamo nel fitto della selva.
«Adesso andiamo a una coltivazione» dice Jorge.
L’appartenenza alla foresta è un’immediata accelerazione nel passo, la costruzione di un percorso dove un percorso non esiste. Fatico moltissimo a stare loro dietro e ogni tanto, quando sanno di avermi lasciato indietro, mi lanciano un fischio d’uccello che mi fa indovinare la direzione da seguire.
Saliamo e scendiamo, alberi magri e altissimi, piante basse e obese, un paio di serpenti, millepiedi lenti e assassini, radure di Pernambuco sradicati e abbandonati a sanguinare la loro anima rossa, altre miniere, e poi, dopo due ore di cammino, oltre una spianata di alte felci, Jorge si avvicina e dice di abbassarmi, di non parlare. Anche gli altri si sono fermati.
Tira a sé il ramo di una pianta dalle foglie ovali. Intorno a noi, centinaia di arbusti simili.
«Questa è coca» dice in un sussurro, e io prendo una foglia e la porto stupidamente al naso. Non odora di nulla. Jorge, che di solito mi sorride, ha un’espressione silenziosamente malinconica.
Ci assicuriamo di essere soli, poi seguiamo il profilo della piantagione e ci inoltriamo di nuovo nella foresta. Raggiungiamo il laboratorio, due vasche parallele e una catapecchia coperta da una cerata blu.
«Non viene usato da un po’, non è ancora stagione».
A terra c’è un vestito bianco di piccola taglia, potrebbe essere appartenuto a una bambina.
Sulla strada del ritorno, Jorge mi è accanto e si esercita in un linguaggio martellante, tellurico, fatto ripetizioni continue. Le sue parole battono nella mia testa come una percussione. Capisco poco. «Qui ci sono nato, qui ci tolgono tutto», «li hanno uccisi, li hanno uccisi».
«Guarda la bellezza di quest’albero» dice mentre accarezza l’ennesimo tronco spezzato di Pernambuco. “Meraviglioso” è un aggettivo che non uso mai, e quest’albero è meraviglioso e morto. Lo fotografo, e con la luce testimonio l’impossibilità di farlo vedere agli altri come l’ho visto io, di farlo vedere a me stesso come lo vede Jorge.
Per concludere, dicevo, potrei scrivere del 23 marzo, il giorno del mio compleanno, e del messaggio di Diego. Invece quella notte, tornati al villaggio, ci siamo seduti intorno a un fuoco, sotto un grande albero. Bevevano, scherzavano, ritrovavano una forma di serenità, perché nonostante tutto erano ancora a casa. L’ennesima debole pioggia, e, dentro di essa, qualcuno inizia un debole canto, che poi cresce, incontra la voce degli altri, un canto di cui non posso sapere le parole. All’inizio credo si rivolgano alla pioggia, poi penso a un canto d’amore. Alla fine penso a Bolaño, a quello che scrive in Amuleto, e mi affido a loro, a Jorge, a Heraldo, a tutti gli altri:
E fu così che i ragazzi-fantasma attraversarono la valle e precipitarono nell’abisso. Un transito breve. E il loro canto-fantasma o l’eco del loro canto-fantasma, che è come dire l’eco del nulla, nelle mie orecchie continuò a marciare al loro stesso passo, che era il passo del coraggio e della generosità. Una canzone appena percettibile, un canto di guerra e d’amore, perché non c’è dubbio che i bambini andassero in guerra ma lo facevano richiamando i comportamenti teatrali e sovrani dell’amore. […] E anche se quel canto che avevo ascoltato parlava di guerra, delle imprese eroiche di un’intera generazione di giovani latinoamericani immolati, io sapevo che sopra ogni altra cosa, parlava del coraggio e degli specchi, del desiderio e del piacere. E quel canto è il nostro amuleto.