Le abitudini di un elefante

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English abstract: Set in Venice during lockdown, this nocturnal essay follows a walker who hunts for a private kind of bliss: not Brodsky’s seaweed smell, but the act of seeing. Moving from the Riva degli Schiavoni to San Marco and Cannaregio, the city becomes a living “temple” of fragments – architecture, water, and mythology – filtered through Brodsky, Manganelli, and Borges. The episode of the elephant brought to Venice in 1819 opens a meditation on memory, dislocation, and the desire for a neutral voice. Between obsession and tenderness, Venice appears as an intoxicating machine of language that resists both possession and forgetfulness.

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In Fondamenta degli incurabili, Brodskij ha parlato di suprema beatitudine e a Venezia è questa la condizione cui aspiro. La troverò mai? Vado spesso alla sua ricerca, soprattutto di notte. Brodskij descrive notti di vento. «Prima che la mia retina sia in grado di registrare alcunché, le mie narici vengono toccate da quello che per me è sinonimo di felicità. L’odore di alghe marine» dice. «Per alcuni può essere l’erba appena tagliata o il fieno; per altri, gli aromi natalizi degli aghi di pino e dei mandarini. Per me sono le alghe marine sotto zero – un po’ per via degli aspetti onomatopeici di un nome che associa in sé il mondo vegetale e quello acquatico, un po’ per la vaga incongruenza e il nascosto dramma subacqueo che questo nome comporta. Ognuno si riconosce in certi elementi; al tempo in cui aspiravo quell’odore sui gradini della stazione i drammi nascosti e le incongruenze erano, decisamente, il mio forte».

Le mie esplorazioni non sono cambiate molto da quando le folle di turisti si sono volatilizzate. Alcuni veneziani che conosco si dicono felici che il virus abbia attraversato la città. Per me, che il virus ci sia o meno fa lo stesso. Alla città deserta sono abituato. Sono un camminatore notturno.

La prima volta che sono arrivato qui era pomeriggio – al tempo Venezia era la tappa di un viaggio, ora ci passo almeno metà dell’anno. Mi fermai nel bacaro da Lele, a pochi passi dalla stazione, dietro l’ingresso dello I.U.A.V. progettato da Scarpa. Non mi misi a bere, osservai gli studenti vuotare i bicchieri e la gente che passava, attesi che sparissero. Era estate. Il cielo, poi, sigillò il giorno con un’oscurità grigia. Io presi la notte, o meglio la notte prese me. La preferii al giorno. Il calore sapevo tollerarlo; per via dei miei appetiti di spaesamento ho spesso vissuto in Asia e il caldo torrido ho imparato a sopportarlo. No, il problema non era quello: era il sole. A Venezia colpisce da sopra e da sotto. La pietra chiara delle rive e delle calli riflette i raggi, spilli che infilzano le pupille. E poi tutta quell’acqua. Un miraggio, ma molto peggio di quelli del deserto: esiste davvero e non si può bere.

È così che ci siamo conosciuti, la città ed io. Nel buio. E le cose negli anni non sono cambiate: per me Venezia è soprattutto notte. La stagione non conta più. Inverno, primavera, estate, autunno; e poi ancora inverno.

Oggi è un giorno qualsiasi della quarantena. La sera esco, cercando due cose.

La prima: movimento. So che districherà l’ansia maturata nello spazio chiuso. È l’unica risorsa che ci rimane. I pensieri, dentro  case, sono pagine e pagine di parole incomprensibili: la voce sconosciuta che le legge, emergendo dallo stesso brusio che avevo in testa durante le febbri infantili, riempie le stanze di una nebbia immobile.

La seconda cosa di cui ho bisogno è vedere. Brodskij cercava l’odore, la mia beatitudine origina da un altro senso. Mi nutro con gli occhi, come i felini assaggiano le prede con lo sguardo prima dell’agguato.

Ci rifletto mentre scendo rapido le scale. Casa mia è all’ultimo piano. Un tempo ci viveva un ingegnere della Repubblica, che da qui osservava i vascelli attraversare il canale dell’Arsenale e partire per la guerra. Per il felino a caccia, la preda è mangiata e scompare, la visione del predatore si esaurisce con l’assimilazione di quello che ha visto. Nel mio caso, è diverso. Quando sono sulla Riva degli Schiavoni, completamente solo, penso a quello che Manganelli scrive dell’India. Percepisco le stesse cose che lui aveva avvertito a Ellora, davanti ai templi scavati nella roccia: «qualcosa di potente, di spietato, di mortalmente amico». Un tempio come questo, Venezia, è pressoché impossibile «vederlo», va abitato. Da ogni punto vedi qualcosa e qualcosa perdi, «sei immerso in un’esplosione di linguaggio, in qualunque punto ti collochi senti frammenti di un discorso occulto e intenso». «In India», scrive Manganelli, «tale discorso mescola danza, ironia, gioco, gioielli, tutto celebrato da esseri polimorfi, demoni del cielo ed angeli d’abisso».

Qui, invece, a essere mescolati sono «pizzi, intarsi, capitelli, cornicioni, rilievi e modanature, nicchie abitate e disabitate, santi e non santi, vergini, angeli, cherubini, cariatidi, frontoni, balconi con robusti polpacci al vento, e finestre, gotiche o moresche lesene», come ha scritto Brodskij.

Devio verso l’interno, abbandonando la vista della laguna. Diretto verso San Marco, passo davanti alla chiesa di sant’Antonino. Durante il carnevale del 1819 portarono un elefante a Venezia. Lo esposero per un mese sulla Riva degli Schiavoni. Poi, nella notte del 15 marzo, reso furioso dal rumore dei cannoni a salve che festeggiavano l’arrivo dell’Imperatore Francesco I d’Austria, schiacciò il suo custode e scappò per le calli. Si rifugiò in questa chiesa, fracassandone le porte. Qui la polizia austriaca lo uccise con un colpo di cannone. Adotto l’andatura che una bestia del genere avrebbe se non fosse in fuga, libera di esplorare serenamente la città. Quanto lontano può arrivare, il pensiero di un elefante? In passato ho immaginato che uno di loro – in Africa, in Asia, o qui sulla laguna – avesse il compito di pensare a tutto il mondo contemporaneamente, tenendolo insieme ed evitando che si disgregasse.

Sono davanti alla facciata di San Marco. Sopporto l’esposizione alla sua potenza solo per qualche minuto, presto diviene eccessiva. Prendo riparo nella piazzetta adiacente, accanto all’ingresso laterale della basilica. A cavalcioni di uno dei leoncini in marmo rosso, mi interrogo come un bambino. Perché sono venuto qui? Perché, tra tutti i luoghi del mondo, ho scelto questo? Sono in cerca di un ricordo puntuale, la decisione deve essere avvenuta in un momento preciso. Quello in cui mi sono detto: «sì, io andrò lì», oppure «sì, io starò qui». Ho poca memoria, purtroppo, al contrario dell’elefante che vorrei essere. Memoria è tempo, e qui l’ordine del prima e del dopo è sovvertito. Borges ha scritto, in esergo a Fervore di Buenos Aires, che da giovane cercava i tramonti, i sobborghi e l’infelicità e mentre da vecchio cercava i mattini, il centro e la serenità. A Venezia vivo entrambe le condizioni allo stesso tempo: provo la serenità del centro e l’infelicità della periferia, e le notti sono come i mattini (c’è davvero differenza tra la luce tagliente dei lampioni, che rende gli angoli in ombra nascondigli per demonî, e la luce terribile dell’alba, che svela l’ingenuità di queste fantasie, di queste speranze?)

Continuando a camminare arrivo a Cannaregio, e davanti alle statue di Campo dei Mori riprendo a vaneggiare. I tre fratelli sono sentinelle a guardia del confine tra terra e acqua? Forse è stato il desiderio di vedere la catastrofe da una prospettiva privilegiata a condurmi qui. A Venezia, del resto, la catastrofe c’è da sempre: è una città che affonda.

Il trauma si consuma lentamente, però, con le facciate dei palazzi che spargono intonaco sulle fondamenta e il legno delle porte d’acqua che marcisce. Quando verranno i crolli improvvisi di ponti e campanili, a segnalare in modo evidente la fine? Occorre che l’evento sia una faccenda circostanziata, altrimenti non ce ne accorgeremmo.

Torno ancora con la mente a quanto Manganelli scrive di un tempio indiano. Impossibile dire che Venezia, come Kailasa, sia “bella”. Quasi mai il gesto estetico veneziano «agisce in modo così pacatamente lusinghiero». Conosco diverse persone che, dopo essersi trasferite a Venezia per una ragione o per l’altra, fuggono via in preda al terrore: hanno visto le calli stringersi o sentito l’acqua gorgogliare mentre vi apparivano occhi di pesci enormi, in migrazione da un deserto abissale.

Ma qual è l’immagine più emblematica di questa città? Me lo chiedo quando passo davanti a San Francesco della Vigna, tornando verso casa.

A Venezia, chi di notte scende nelle strade vuote si convince che la città è sua, e quando incontra qualcuno fa finta che questi non esista, che sia un’allucinazione, perché non vuole dividere con nessuno questo dominio incontrastato.

Una volta ho incontrato Brodskij. Indicando San Francesco, mi ha detto: «questa è una delle Chiese rinascimentali più belle che io abbia mai visto. L’ha progettata Sansovino nel ’500; il rosso spento dei muri si adatta alla notte, ha la sua stessa quiete, fa pensare a una città incontrata in un sogno, dopo un viaggio per un deserto assoluto. Ma mi dica una cosa, senza il contrappunto di questi alberi slanciati, questo campo sarebbe ancora così bello?»

Non ho risposto nulla. Sto zitto perché non mi perdono l’accento romano. Lo vorrei perdere. Desidero parlare una lingua neutra, nascondere la mia provenienza dovunque io vada. Di notte, in silenzio, quando le parole sono rintanate nella testa, dico alla città che la odio. Maledico me stesso e il mondo per avermi costretto qui, dove gli altri non esistono ed esisto solo io, la pietra, l’acqua e qualche albero. Poi, rivolgendomi di nuovo alla città, le chiedo perdono e le dico che amo lei e nessun’altra.

Manganelli dice che il “luogo”, la “città”, la “campagna”, non esistono se non come figure retoriche, come generi letterari. Cos’ha Venezia della città?

Ha una sua «vocazione mistificante o illusionistica che la rende fascinosa e intossicante», forse. Quante volte bisognerà percorrere questo tempio per essere nel centro di tutto questo linguaggio? Ed è una cosa tollerabile?

«Corridoio di sogni sigillati in un animo affettuoso, alterna e allaccia incubi, rivelazioni, enigmi, parole insensate, solenni discorsi appena iniziati e subito inafferrabili, profezie, misteriose gioie di volo e di dirupamento, di perdita di sé, o nella morte o nell’estasi».

Non voglio raccogliere nulla di quello che vedo, voglio che niente perduri nella memoria. La mappa mentale in cui segnare i luoghi che visito deve conservarne solo la posizione nello spazio. Voglio orientamento puro. Altrimenti queste cose che vedo, questi fantasmi saldati al cervello, non funzionerebbero più come quello che sono ora, pensieri per scacciare la morte, ma come nostalgie. Funesterebbero il sonno.

Qui, però, l’impresa dell’oblio fallisce già prima di cominciare. Dovunque io abbia dormito, nei monasteri dell’Himalaya, nella giungla del Vietnam, sui vulcani dell’Indonesia, sempre, o almeno spessissimo, mi sono svegliato in mezzo alla notte col respiro mozzato dalla nostalgia, affamato d’aria, affamato di Venezia. E infatti:

 

06.00

eccomi di nuovo qui.

 

 

Le citazioni sono tratte da:

– I. Brodksij, Fondamenta degli Incurabili (1989), trad. it. Adelphi, Milano 1991.

– G. Manganelli, Esperimento con l’India, Adelphi, Milano 1992.