Srinagar, Kashmir, Dicembre 2016. Un pastore porta la sua pecora a pascolare nei Nishat Garden, alla periferia della città.

Srinagar, Kashmir, Dicembre 2016. Un pastore porta la sua pecora a pascolare nei Nishat Garden, alla periferia della città.

Pietre

Originariamente pubblicato sull'antologia Odi. Quindici declinazioni di un sentimento, edita da Effequ.

 

Srinagar, India. Dicembre 2016

Sono arrivato a Srinagar dieci giorni fa, alla fine di novembre, dopo un viaggio di molte ore, ventiquattro in treno e nove in macchina, e segnato dalla vista di due cadaveri. Il primo di una mucca, che il treno ha travolto provocando il pianto disperato della parte indù del convoglio. Il secondo alla fermata di Patankhot, in Punjab, dove sono sceso per sgranchirmi le gambe e mi sono avvicinato a un uomo disteso a pancia sotto sulla banchina per offrirgli del cibo. Voltandolo ho scoperto una faccia bianca con occhi all’indietro. La gente gli ha fatto capannello intorno, parlottando eccitata, e due poliziotti hanno preso a punzecchiarlo con bastoni di bambù.

Tornato alla cuccetta quelle immagini si combinavano con il timore della desolazione che prevedevo di incontrare a Srinagar. La tristezza che mi afferra quando viaggio nei treni blu dell’India si trasformava per l’occasione in un’alternanza di paura ed eccitazione, che culminava in un più vago spaesamento.

Srinagar, Kashmir, Dicembre 2016. Barche sul lago Dal, il grande bacino al centro della città.

Srinagar, Kashmir, Dicembre 2016. Barche sul lago Dal, il grande bacino al centro della città.

A Srinagar negli ultimi cinque mesi la lotta tra manifestanti per l’indipendenza ed esercito indiano è stata dura e sbilanciata. Le armi usate dall’esercito sono state: gas lacrimogeno, proiettili a frammentazione, fucili d’assalto, bazooka. Quelle dei manifestanti sono state le pietre. Hanno manifestato soprattutto ragazzi tra i dieci e i venticinque anni che vogliono l’azaadi, la libertà del loro popolo, e che gli indiani se ne tornino a casa loro, come sta scritto ovunque sui muri dei palazzi e sulle saracinesche dei negozi chiusi. Eppure, quando si domanda loro che cosa intendano con ‘libertà’ – desiderata così ardentemente da scegliere di darle la vita – sulle prime sembra che non sappiano bene cosa sia. Ma presto ci si ricrede, soprattutto osservando come muovono braccia, corpi e occhi: c’è un desiderio d’indipendenza profondo e disperato, un’esigenza così radicata che tradurla in parole equivarrebbe a una forma di tradimento, d’infedeltà. Alla parola libertà gridano, smaniano, tirano su le magliette per mostrare le cicatrici. Sputano.

John Barth sostiene che trasformare l’esperienza in linguaggio è sempre un tradimento, una falsificazione dell’esperienza stessa. Eppure, aggiunge, è solo dopo averla così tradita che la si può gestire, e solo nel gestirla così, dice, si è sempre sentito un uomo vivo e vitale. Ecco, va detto che per quanto riguarda la vitalità in Kashmir accade esattamente l’opposto: la si trova proprio dove spariscono le parole. E il suo controllo? Il fatto è che qui le insurrezioni sorgono spontanee, come fossero esigenze naturali, senza strategie unitarie, e nessuno è in grado di gestirle, di guidarle per davvero.

Arrivando avevo una certa paura di essere anch’io in pericolo (paura ingiustificata: ai foreigners, di norma, non sparano), soprattutto durante il tragitto in macchina da Jammu a Srinagar, che seguiva quello in treno. Passavo per il Kashmir del sud, il focolaio delle violenze più accese, e i soldati schierati di vedetta sui tetti mi squadravano tenendo le dita sul grilletto. Nel sud del Kashmir ai proiettili non si risponde con le pietre, ma con altri proiettili.

Burhan Wani veniva da lì. Burhan è quello che ha dato inizio, suo malgrado, alle insurrezioni, perché è stata la sua morte a fare iniziare gli scontri: era un giovane comandante di Hizbul-Mujahideen, uno dei gruppi armati separatisti più attivi della storia della guerra civile, responsabile di innumerevoli attacchi a convogli e a militari e, nel passato, di stragi efferate. L’esercito l’ha scovato e ammazzato l’otto luglio scorso, non solo perché a capo del gruppo separatista, ma soprattutto per la sua intensa attività di propaganda e reclutamento sui social network, che riscuoteva grande successo. Era così amato e seguito che la notte della sua morte a Srinagar hanno spento tutte le luci della città, dalla prima all’ultima, in un segno di lutto visibile persino dallo spazio. Quello che mi racconta questa storia delle luci, Tariq, finisce il racconto commentando “era il migliore terrorista del Kashmir”, e la parola terrorista la fa schioccare con deciso compiacimento.

«Uccidendolo» dice «l’hanno reso un martire. E per la nostra religione, forse non lo sai, i martiri non muoiono mai, ma tornano a vivere nell’aldilà. L’hanno reso immortale».

Dicevo: ho almanaccato a lungo sull’eventualità di trovare una Srinagar a fuoco e fiamme, e su come lavorare in condizioni avverse, ma la situazione di questi ultimi giorni di dicembre è molto più serena della scorsa estate, o di settembre. Almeno qui in città. Lo sciopero iniziato a luglio si sta avviando verso una conclusione, i negozi cominciano a riaprire e ogni tanto ci passano davanti dei ragazzini in motorino: ci lanciano contro qualche pietra, ma senza volerli prendere per davvero. Ci sono anche meno pattugliamenti, mi si dice. Eppure i militari sono dappertutto. Quando hanno avuto inizio i tafferugli il governo indiano ne ha mandati più di settecentomila: fino a un paio di settimane fa ti fermavano di continuo ma adesso i controlli sono più saltuari. Ad ogni modo l’atmosfera è pesante: gli sguardi sono rivolti a terra, tutti camminano velocemente e di notte non c’è nessuno, come se ci fosse ancora il coprifuoco. Io cerco di ambientarmi: mi metto a camminare alla stessa velocità degli altri, occhi bassi, porto la barba lunga, vesto il mantello kashmiro, il peeran, e imparo a spiccicare quel paio di frasi in dialetto locale che mi permettano di procurarmi un pranzo nei quartieri sciiti. Anche così, nonostante i miei sforzi, mi sento lontano da tutto.

Abito nella zona del lago Dal, il grande bacino al centro della città. Per arrivare a casa, una baracca, passo su lunghe passerelle e su instabili ponti di legno, la fitta rete di percorsi incrociati e sovrapposti che collega tra loro gli isolotti a margine del lago, dove l’acqua è meno profonda. Sulle isole fangose ci sono casupole in cemento crepato, palafitte, ruderi mangiati da incendi; sulle acque sporche galleggiano, attraccate alle rive, lunghe e strette houseboat di legno putrefatto. Sulle porte si affacciano uomini in peeran con espressioni buie, che squadrano, sputano e tornano dentro. C’è un freddo umido, un freddo tagliagole, e tra i radi alberi che si allungano obliquamente verso il cielo, magri e spogli, alligna la parvenza di una nebbia fitta e densa: è un nucleo di foschia andato in cancrena per l’inquinamento dei motori diesel e dei carboni usati per scaldarsi. Non piove da troppo tempo, la neve tarda ad arrivare, le visioni a distanza sono impedite, e non solo quelle spaziali, ma anche quelle temporali: l’anno in cui qui è cominciata la guerra civile è evanescente come il profilo morbido delle montagne ricoperte di abeti, di là del grande lago. Sono come intuizioni, cose cui non si può dare certezza. Pare che tutto nasca direttamente in fondo agli occhi, per accumulo d’impressioni.

Sono ospite a casa di Latif, un uomo sui quaranta con labbra grandi e grandi orecchie, che sta sempre seduto a fumare il suo narghilè. Il tabacco e il carbone del braciere gli cacciano il nero tra i denti duri e lui ride forte. Casa sua l’ho incontrata casualmente mentre girovagavo in un’alba nebulosa. L’ho notata perché accanto alla porta c’era un cartello di cartone che la indicava come library. È un edificio a due piani, si entra passando attraverso una veranda con le strutture di metallo, gialle scolorite. Sembra tirata su da un carpentiere ubriaco.

Latif non sa leggere e di mattina il Greater Kashmir, il quotidiano locale a cui è abbonato, glielo legge Zainab, la moglie. A Latif, vestito di marrone, piegato sulle ginocchia, piacciono le storie e dice che le storie migliori stanno scritte sui libri. Per questo ai foreigners che passano chiede di raccontargli le storie che stanno nei loro libri. Spesso quei libri, poi, finiscono per regalarglieli, così lui ci ha tirato su l’unica biblioteca della città.

Latif ha un figlio, Shobito, che in questo periodo non va a scuola perché le scuole sono chiuse, e che perciò mi accompagna nei giri per la città. Ha quattordici anni ed è cieco da un occhio, un frammento di proiettile gli ha trapassato la retina. È un duro, per davvero: la prima volta che l’ho incontrato mi ha subito detto che a lui non gliene fotte un cazzo di morire e quello che gli ha sparato s’è preso una pietra in piena faccia ed è finito in ospedale. Una mattina che Shobito non è a casa, Latif me ne racconta tutta la vicenda, con i particolari delle ferite e del tempo trascorso in ospedale. Poi, inevitabilmente, passa a parlare delle cicatrici che anche lui si porta dietro, e non solo sul corpo. Attraverso la ricostruzione di ciò che accadde alla sua famiglia durante la guerra civile mi fornisce un quadro preciso della storia generale del conflitto. Comincia dalla strage del gennaio ’90, in cui i paramilitari aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati che attraversavano il ponte di Gakwadal sul fiume di Srinagar, uccidendo suo cugino e più di altre cinquanta persone. Lo zio, Babloo, era lì e si ritrovò a trasportare il cadavere del figlio e altri quindici corpi alla moschea più vicina.

Prosegue raccontando degli amici che decisero di attraversare il confine con il Pakistan, rischiando la vita, per raggiungere i campi di addestramento e imparare a combattere. Delle stragi perpetuate dai miliziani kashmiri nei confronti dei musulmani pro India e dei kashmiri di fede hindu e pandit. Dei soprusi dei paramilitari su donne e ragazze. Dei sospettati che venivano torturati dall’esercito in un’ala della scuola frequentata da bambino, che era stata trasformata in una base militare. Delle migliaia di uomini arrestati e poi spariti (i giornali chiamavamo ‘mezze-vedove’ le mogli che attendevano il loro ritorno). Della guerra tra India e Pakistan del 1999 e dell’attacco terroristico al parlamento del 2001, fino alle manifestazioni del 2010 in cui sono stati uccisi più di cento manifestanti, e a quelle dell’estate appena trascorsa, altrettanto violente.

Di tutto ciò parla con pacatezza: mentre procede nel suo racconto realizzo che si sta impegnando a mantenere la distanza dagli eventi raccontati, una distanza che gli permetta, allo stesso tempo, di evitare quelle emozioni che nell’avvicinarsi troppo si sostituiscono alla durezza dei fatti, e a una riflessione consapevole su di essi. Gli unici due commenti che esprime giungono alla fine del suo lungo racconto. Il primo si basa su un ragionamento politico ed economico: per Latif l’indipendenza è una chimera. Se l’India la concedesse, darebbe un segno di grande debolezza sia alle superpotenze che le contendono le regioni himalayane del Kashmir e del Ladakh, il Pakistan e la Cina, sia agli altri movimenti separatisti, come quello del Manipur. E poi l’India – attraverso l’operato della National Hydropower Corporation, la NHC – ha costruito molte stazioni idroelettriche nel Kashmir e non può permettersi di perderle, perché in esse viene prodotto il cinquanta percento dell’energia fornita al paese. Il secondo è: «Here in Kashmir, lots of pain».

Un giudizio concreto come lo sono i fatti, una valutazione che riguarda la reazione dei corpi agli spari e agli scontri, nient’altro.

In un’altra occasione, mentre parliamo dei libri che ha nella biblioteca, gli chiedo quale sia il suo romanzo preferito tra gli italiani che possiede. Lui mi risponde Il visconte dimezzato. È una delle storie che lo diverte di più. Io gli dico che, a quanto ricordo, divertire era uno degli scopi principali dell’autore. Mi viene da pensare a quando Calvino parla della ‘smania di raccontare’ che afferrò tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale, per la rinata libertà di parlare, e glielo dico. Lui mi fa notare che anche in Kashmir la gente ha la smania di raccontare, ma per le ragioni opposte: qui la smania prende proprio perché la libertà non c’è. E poi, penso io, la guerra in Kashmir è una cosa iniziata ma che non finisce, non finirà: ci si sta dentro così, affossati, come le case nella mota.

Mentre parliamo, capisco che per riuscire a comprendere l’atmosfera di Srinagar, e ambientarmici, devo trovare altri racconti, altre storie della città e delle sue vicende, che abbiano la stessa forza di quelli di Latif. Così mi metto a vagare per Srinagar, sempre accompagnato da Shobito che mi fa da interprete. Andiamo in giro in cerca della storia, in quest’andito di mondo in cui la si può toccare con mano, tastarla. Bussa sul petto a ogni respiro, la si avverte in una notte che diventa spazio di incubi, di buio pesto, di luoghi che si negano alla luce, di cani che latrano, odiati dalla gente. Cani marci, senza gambe, logori, rabbiosi. Una storia fatta dalle pietre a metà del volo tra la mano del ragazzino senza un occhio e la faccia del soldato con il fucile. Una storia minuscola ma anche una storia enorme, la storia della guerra del Kashmir, così estesa e così capillare che non se ne vedono né l’inizio né la fine, una storia che collassa sulla scuola e sulla chiesa andate in fiamme, davanti alle quali ci capita di passare.

Nei primi tempi riesco a incontrare solo urla, imprecazioni, lacrime, lamenti, preghiere: cose che contribuiscono a rendere densa l’atmosfera che ho intorno, che aumentano lo smarrimento.

Un pomeriggio io e Shobito decidiamo di andare a fare un giro intorno al lago, in cerca di sollievo dall’inquinamento della città. Pedaliamo per qualche chilometro fino a raggiungere i Nishat Garden. Ci arriviamo che il sole è una lama che taglia debolmente il profilo delle montagne e purtroppo troviamo la stessa aria soffocante del centro. Tra gli alberi spogli stanno bruciando le foglie cadute, provocando una foschia micidiale. Lasciamo le bici e iniziamo a passeggiare per i giardini. Prima incontriamo un pastore che porta in giro le sue quattro pecore e poi due uomini seduti su delle panchine gialle. Uno dei due mi fa cenno di avvicinarmi: è un’ex militare, un uomo devotissimo, almeno a parole, alla causa kashmira.

«Odio l’India, la odio, ma un giorno, fidati amico mio, saremo liberi».

«Lo spero anch’io, amico» gli rispondo, spaventato dall’aggressività con cui parla.

«Sei già stato all’ospedale? Vai allo SMHS, lì vedrai quanti ne hanno feriti, i porci...»

All’ospedale ci vado il giorno dopo, insieme a Latif: Shobito ci ha passato tutta l’estate e non ci vuole più mettere piede. Lo Shri Maharaja Hari Singh è un edificio piuttosto malandato nel cuore della vecchia Srinagar, dove ci sono i palazzi più antichi della città, in pietra. La zona pullula di militari, è stata teatro di alcuni tra gli scontri più duri, e su ogni muro c’è una scritta. Attraversiamo la tenda verde che copre l’ingresso principale ed entriamo. Seguo Latif, che è molto sicuro della direzione da prendere e cammina spedito. Ha intenzione di portarmi al reparto di oftalmologia e sembra sapere dove va, ma non è vero, si perde. È pieno di gente che va in tutte le direzioni, c’è un odore di carne, lievemente nauseante. Io fermo ogni dottore o infermiere che incontro per chiedere informazioni, ma sembra ci stiano depistando perché continuiamo a perderci. Forse non riusciamo a capire quello che ci dicono. Cominciamo a entrare a caso nei ward, i corridoi di degenza, sperando di finire nel posto giusto, ma niente. Finalmente, quando stiamo per desistere, un’infermiera molto giovane ci indica il ward numero otto, che è a pochi passi da noi. Quando entro, sui primi letti della fila alla mia destra vedo due uomini con bende agli occhi. Nello stesso momento sento una voce che mi chiama.

«Ehi, fratello. Sei qui per me, immagino».

«Non so, può essere... sto cercando qualcuno che abbia partecipato alle manifestazioni».

«Sono Amin e questa cicatrice che vedi sulla mia faccia è di un proiettile a frammentazione... sei un giornalista?»

Mi avvicino al letto su cui è disteso questo ragazzo magro con la barba rada. Sta sdraiato in una posa rilassata, con il busto sollevato da due cuscini appoggiati alle spalle e le mani incrociate. Mi fissa con le sopracciglia oblique, tese in direzione del naso, e con gli occhi piccoli e neri.

«Ciao Amin, sono Jacopo e no, non sono un giornalista».

«E cosa ci fai qui?»

«Cerco di capire cosa è successo».

«Innanzitutto, allora, non leggere i giornali indiani. Dicono solo cazzate».

Si ferma, prende il pezzo di fiammifero che teneva tra i denti e lo getta fuori dalla finestra alle sue spalle. Continua a fissarmi. Nessuno mi ha mai fissato così a lungo. Dopo un po’ distolgo lo sguardo, lui sorride e ricomincia a parlare. Il suo inglese è perfetto.

«Ora, per esempio, gli stronzi vogliono far credere a chi legge che il Pakistan ci pagava per lanciare le pietre. Cinquecento rupie a manifestazione. Ci vogliono far sembrare dei mercenari, dei poveracci. Adesso ti faccio vedere cosa m’hanno fatto».

Porta la mano sinistra alla faccia e con la destra fa segno di avvicinarmi: inizia a indicarmi le sue cicatrici, una a una. Poi si alza dal letto, si toglie il pullover, lo piega molto lentamente, come seguendo un rituale, e lo sistema sul letto. Poi inizia a slacciarsi la camicia. Nel frattempo gli altri ospiti del reparto si alzano dai materassi e ci si fanno intorno. Qualcuno saluta me, qualcun altro saluta lui, che però non risponde. Dà la camicia a uno che gli si è seduto accanto, e continua a indicarmi le sue cicatrici, quelle sul suo petto nudo e smagrito.

«Queste due più grandi, qui sul fianco, sono due proiettili. Duemiladieci. Il resto sono i frammenti del proiettile che m’hanno sparato quest’estate».

«Dov’eri?»

«A Lal Chowk» dice rammentando un quartiere della città. «Chi ti ha sparato?»

«Un soldato. Avevamo appena finito di lanciare e quelli hanno caricato. Noi saremo stati un centinaio e loro una ventina, ma siamo dovuti scappare perché quelli hanno il grilletto molto facile. Mentre ce la davamo a gambe, sono inciampato su un cane e sono caduto faccia a terra. Uno dei soldati mi ha raggiunto e siccome il cane ha iniziato a ringhiare gli ha sparato addosso, ammazzandolo. Poi, quando mi sono girato, ha sparato anche a me, al petto. Per mia fottuta fortuna a quel punto gli è arrivato un sasso in testa, lanciato da un fratello, che l’ha preso in pieno sull’elmetto e io, nonostante i dolori terribili sono riuscito ad alzarmi e andarmene. Le fitte erano molto diverse da quelle dei proiettili classici, che sono più profonde e localizzate. Avevo frammenti dappertutto, e i dolori si moltiplicavano con un calore fortissimo su tutto il busto e su parte della faccia. Mi hanno portato in volata da un dottore del mio paese che mi ha medicato rapidamente e poi mi hanno messo su una jeep che mi ha portato qui. Mi hanno operato due volte, per togliere i frammenti, e dall’occhio destro non è che ci veda più tanto bene. È tutto sfocato».

Prevedibilmente mentre racconta si infervora. I kashmiri che abbiamo intorno rimangono in silenzio e fanno cenni di assenso con la testa. Hanno gli sguardi rivolti a terra. Due di loro si avvicinano ad Amin, gli appoggiano le mani sulle spalle e annuiscono a ogni sua parola.

«Cosa facevi prima di essere ferito? Lavoravi, studiavi?»

«Ho ventidue anni, sono iscritto alla facoltà di lettere di Delhi».

«E continuerai a studiare?»

«Quest’anno l’ho perso, ma dopo il fattaccio l’esercito non è riuscito a rintracciarmi, dunque da febbraio dovrei potere ricominciare senza problemi. Sono tornato in Kashmir per il funerale di Burhan. Siamo originari dello stesso villaggio, Tral: lo conoscevo, anche se era un po’ più piccolo di me. Lui aveva ventuno anni, io ne ho ventitré. C’erano decine di migliaia di persone al funerale, credimi. Una folla mai vista. Il giorno dopo eravamo già tutti in piazza.»

Annuisco.

«I miei genitori, quando hanno scoperto che avevo cominciato a manifestare, si sono disperati: gliel’ha detto un loro amico che mi ha visto passare con le pietre in mano davanti al suo negozio. Ad ogni modo, hanno capito che era impossibile impedirmelo».

«Perché lo fai?»

«Lo rifarei anche domani, se non fossi costretto a stare chiuso qui dentro».

«Sì, ma perché?»

«Sono il primo a cui fai questa domanda?»

«No».

«E gli altri ti hanno risposto che lo fanno per l’azaadi».

«Sì, tutti».

«Be’, ora cerco di spiegarti una cosa, anche se è un po’ difficile da comprendere. Quello che ho capito, di noi che lanciamo le pietre e cerchiamo di ammazzare quei porci dei militari, e soprattutto di me stesso, è che la prima ragione per cui lo facciamo non è la libertà. Libertà vuole dire un Kashmir indipendente, e io spero che un giorno questo accada, e noi tutti preghiamo perché questo accada al più presto possibile. Ma una pietra... basta una pietra, per fare in modo che il Kashmir diventi indipendente? Non siamo mica scemi. Certamente no. L’indipendenza della nostra nazione è una cosa lontana, accadrà tra molto tempo. Bada bene: io ci credo fermamente, non sto dicendo il contrario.

Ma nonostante questo talvolta mi sorprendo, nei momenti di maggiore sconforto, a ridurre la mia certezza a una flebile speranza. Allora lotto per riscuotermi, per tornare a credere. E lo faccio per scuotere anche quelli che cominciano a dire che l’India non cederà mai. Quelli che dicono che è la storia stessa a dimostrarlo: non ci è mai stata concessa alcuna libertà, di libertà siamo stati soltanto privati. Molte volte mi sono sentito dire: lottate, lottate, ma non riuscite a vincere. E allora io rispondo: ma non ci lasciamo sconfiggere. Questa lotta è una mia necessità profonda, come la preghiera. Non c’è modo, per me, di evitarla. Sento che, come kashmiro, senza questa lotta non esisto».

Si interrompe e si gira verso la finestra alle sue spalle. Chiude gli occhi e mi sussurra:

«Ora devi andare, Yakub».

Si comincia a sentire, potente, l’adhan di un muezzin dalla voce profonda, che proviene dalla moschea vicino all’ospedale. La sua chiamata si staglia sopra il tappeto di canti che ricopre la città, un ronzio tenace che avvolge tutto.