Nick Brandt, 1976

Nick Brandt, 1976

 

MATERIA. LA FUGA DEGLI ELEMENTI


Materia è il mio primo romanzo. Lo ha pubblicato Effequ nel marzo del 2019. Qui sotto potete leggere il prologo. Se la lettura vi è piaciuta, alla fine della pagina trovate il link per accattarlo. Se vi fidate a occhi chiusi, cliccate qui.


PROLOGO. Il forte


Non dovrebbe esserci. Com’è possibile che sia ancora in piedi?, diceva chi lo visitava per la prima volta. Io, vedendolo ogni giorno, l’avevo potuto esaminare attentamente, e non avevo scoperto nulla di eccezionale. Ora il forte si specchiava nell’acqua del lago ai piedi della collina, dove immagine e realtà si sovrapponevano. Alle spalle della collina c’era un deserto petroso, che si estendeva per centinaia di chilometri fino al confine della regione. Città, templi, moschee: era andato tutto in rovina, e la sabbia stava seppellendo i ricordi. La zona era disabitata da anni, il terremoto aveva allontanato gli uomini; solo il lago e il forte in pietra arenaria e marmo erano rimasti intatti. Il terremoto era stato così potente da raddoppiare l’altezza della collina su cui il forte poggiava dalla fine del sedicesimo secolo. Nonostante le scosse era rimasto in piedi: dalle sue torri si sarebbe potuta osservare per intero la fine del mondo, dicevano.
Al tempo lavoravo lì: accompagnavo i turisti che venivano in visita. Il sisma aveva accentuato la pendenza della collina; il caldo era brutale, ma con il mio aiuto affrontare la salita diventava più facile. Il forte era una meta ambita, lo raggiungeva almeno una spedizione a settimana malgrado la difficoltà del viaggio. Noi attendevamo i turisti nei pressi del lago. A mio giudizio, l’ho già detto, il forte non aveva niente di speciale, ma si sa, gli uomini non hanno di difficoltà a trasformare la pietra in miracolo. Sono ovvietà, ma anche voi siete scontati e prevedibili.
Quando vidi la ragazza per la prima volta era l’alba. Il caldo secco già mi aggrediva e mi stavo bagnando la testa nel lago, rompendo il riflesso del forte. La sua immagine attraversò l’acqua che mi scorreva sugli occhi e giunse come un miraggio: una figura slanciata, con la pelle chiara e il sole rosso alle spalle che l’assottigliava, tremolante come la fiamma di una candela al vento. La riconobbi subito: pur non avendola mai vista sapevo com’era fatta, e sapevo anche che ci saremmo incontrati lì. Parlarle era uno dei miei compiti. Si avvicinò sorridendomi, mi accarezzò un fianco e chiese che l’accompagnassi al forte.
Mentre salivamo, le parlai. Come avevo immaginato, capiva la mia lingua. Il fatto non la stupì, né la inquietò; forse se lo aspettava, oppure desiderava che le accadesse.
Indicai i resti di un minareto ai piedi della collina, che spuntavano verticalmente dalla sabbia come se la moschea fosse ancora intatta ma nascosta sottoterra, e le dissi che la città un tempo iniziava in quel punto, occupando tutta la valle fino alla lunga collina che avevamo di fronte. Le parlai della vegetazione rigogliosa che allora, in primavera, circondava i molti specchi d’acqua, i palazzi e i templi della città. Per il colore degli edifici veniva chiamata Città Rosa. Ora c’era solo il colore del deserto.
Mentre ci avvicinavamo lentamente all’ingresso monumentale del forte, decorato con geometrie floreali e con l’immagine di una divinità dalle mie sembianze, mi raccontò brevemente com’era finita laggiù. Non c’era una ragione vera e propria, sembrava stesse vagando per il mondo con l’unico scopo di vedere quante più cose potesse.
«E come fai a pensare a tutto contemporaneamente?» mi chiese quando le ebbi raccontato come impiegavo io la maggior parte del tempo, oltre a fare avanti e indietro tra il lago e il forte.
«La mia mente non è come la tua» le risposi. «Quando tu pensi è come se guardassi un puntino attraverso un lungo e stretto tubo di metallo. Io invece guardo un’immagine proiettata su una parete immensa. E il tempo nella mia mente non è lineare».
«A essere sincera non ti seguo» rispose a sua volta.
«Non ti preoccupare, siamo fatti in modo troppo diverso perché tu possa davvero capire».
«Come ti chiami?»
«Ben. E tu?»
«Elena. Ben? Ma il tuo padrone non ti chiama così».
«Sì, il mio vero nome non riesce a capirlo».
«No?»
«No. Non mi capisce quasi nessuno quando parlo. E comunque non è il mio padrone, lo seguo solo perché con lui non devo preoccuparmi del cibo o del riparo, e posso dedicarmi a pensare il mondo, e a tenerlo insieme».
«Dev’essere faticoso pensare tutto il giorno così intensamente...»
«Non lo è, ci sono abituato. L’ho sempre fatto e lo farò sempre, fino alla morte. È il mio compito. Certo...»
«Cosa?»
«A dirti il vero qualche tempo fa le cose sono un po’ cambiate».
«Cioè?»
«Vedi, di solito non provo niente quando penso il mondo: penso, e basta. Ma di recente sono apparse due scene diverse, che mi provocano un odio profondo. Non me lo so spiegare. Nella prima vedo un uomo che scolpisce, e la sua scultura pare avere le mie sembianze, anche se non è ancora finita. Nella seconda vedo la guerra».
«La guerra?»
«Sì. Sta iniziando adesso. È un conflitto incredibile, una cosa mai vista prima. Per ora si tratta solo di piccole liti ma so che presto si tratterà di una guerra vera e propria, fidati di me. Faranno combattere anche gli animali».
«Perché mi racconti queste cose?»
Le risposi che, non parlando mai con nessuno, sentivo il bisogno di confidarmi e approfittavo dell’occasione. Ma allora mentivo, perché aspettavo di parlarle da molto tempo.
Arrivammo al forte e la feci scendere a terra. Gli altri turisti si diressero parlottando verso l’ingresso, ma lei rimase accanto a me per qualche altro minuto, osservando il lago con un’espressione pensierosa. Il sole oltrepassò la collina, accorciando l’ombra del forte. Di lì a poco, l’acqua non sarebbe più stata uno specchio, sarebbe divenuta scura e inerte.
«Secondo te in fondo al lago il terremoto è stato meno violento?» mi chiese Elena.
«Immagino di sì...»
«Quanto è profondo?»
«Non so. Abbastanza, credo...»
«Abbastanza da poterci nascondere il forte?»
«Cosa intendi?»
«Magari è così che si è salvato, nascondendosi lì dentro fino a quando le scosse non sono finite».
Era una ragazza intelligente, per questo l’avevo scelta.
Vedeva molto più lontano degli altri.